La ricetta per il ceto medio: aliquote più basse e agevolazioni fiscali
Le proposte al convegno del Cnpr con le proposte per una maggiore redistribuzione del reddito
Bruno Marrone
L’accentuarsi delle disuguaglianze sociali in Italia è una questione sempre più dibattuta, strettamente connessa ai fenomeni della globalizzazione e della trasformazione economica globale. In passato, il divario tra i ceti sociali era influenzato principalmente da fattori economici interni, ma oggi il contesto internazionale gioca un ruolo determinante. L’integrazione dei mercati e l’espansione del settore finanziario europeo hanno favorito la concentrazione della ricchezza in alcuni settori, penalizzando lavoratori e imprese italiane.
A sottolineare questa problematica è stata Letizia Giorgianni (FdI), durante il forum Cnpr “La forbice sociale si allarga: come fermare la deriva del ceto medio in Italia?”, promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, presieduta da Luigi Pagliuca.
Giorgianni ha evidenziato come le crisi economiche dal 2008 alla pandemia da Covid-19 abbiano acuito il problema e ha sottolineato l’impegno del governo Meloni nel ridurre il divario sociale. Tra le misure adottate, spicca il taglio del cuneo fiscale, ormai strutturale, e la riforma dell’IRPEF con la riduzione dell’aliquota per il ceto medio dal 35% al 33%, prevista entro Pasqua.

Francesco Verducci (Pd), ha individuato le radici della disuguaglianza nella trasformazione del capitalismo, caratterizzata dal passaggio da un’economia produttiva a un sistema dominato dalla speculazione finanziaria. Questa tendenza, iniziata con la new economy degli anni ’90, ha portato alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e a un progressivo indebolimento del welfare universale. Secondo Verducci, l’assenza di regolamentazioni adeguate ha determinato una pericolosa oligarchia tecnodigitale, minacciando la stabilità delle democrazie liberali.

Vito De Palma (Forza Italia), invece, ha posto l’accento sull’erosione del potere d’acquisto del ceto medio, dovuta alla globalizzazione, alla delocalizzazione e alla stagnazione salariale. De Palma ha ribadito l’importanza della riforma fiscale, sottolineando la necessità di ridurre la pressione fiscale sul lavoro, attualmente tra le più alte d’Europa. L’abbassamento dell’aliquota per il ceto medio rappresenta, secondo lui, una risposta concreta per riequilibrare la situazione. Inoltre, ha evidenziato l’importanza degli investimenti in formazione e istruzione, che devono supportare il sistema produttivo attraverso incentivi alle imprese e un’adeguata qualificazione professionale per i giovani.

Leonardo Donno (M5s), ha dipinto un quadro allarmante della situazione economica attuale, evidenziando il calo record della produzione industriale e il continuo aumento della cassa integrazione. Il ceto medio, secondo Donno, è in via di estinzione a causa del progressivo abbassamento del potere d’acquisto e dell’aumento del costo della vita. Il Movimento 5 Stelle ha avanzato proposte concrete per contrastare questa emergenza, tra cui il salario minimo e un alleggerimento fiscale per le famiglie, ma queste iniziative sono state respinte dal governo. Donno ha criticato la mancanza di interventi sul caro vita e il rifiuto di misure come il cashback per il recupero delle spese sanitarie, sostenendo che l’esecutivo favorisca le grandi lobby e il settore bancario a discapito dei cittadini e delle imprese in difficoltà.

Nel corso del dibattito, moderato da Anna Maria Belforte, anche il mondo dei professionisti ha espresso le proprie preoccupazioni. Pasqua Borracci (commercialista e revisore legale di Bari), ha confermato che il ceto medio italiano sta attraversando un periodo di profonda sofferenza, come evidenziato dai dati nazionali ed europei. L’inflazione, il caro bollette e l’aumento dei costi energetici stanno mettendo in ginocchio lavoratori e imprese. Ha sottolineato la necessità di misure immediate per aumentare il potere d’acquisto e migliorare la preparazione dei giovani al mercato del lavoro.
Le conclusioni del dibattito sono state affidate a Paolo Longoni, consigliere dell’Istituto nazionale esperti contabili, che ha evidenziato il ruolo cruciale della progressività fiscale nel riequilibrio sociale. Secondo Longoni, la progressività dell’Irpef è stata progressivamente smantellata dagli anni ’80, riducendo la capacità dello Stato di redistribuire la ricchezza e garantire equità sociale. La riduzione delle aliquote e l’introduzione di tassazioni agevolate per alcune categorie di redditi hanno contribuito all’attuale divario. Longoni ha auspicato una visione programmatica a lungo termine per colmare queste disparità, ricordando che l’Italia è ancora la seconda potenza industriale d’Europa e l’ottavo Paese più ricco del mondo. A suo avviso, è fondamentale che i cittadini conoscano le strategie future per affrontare queste problematiche.
* Il Tempo
