Gli approfondimenti sulla previdenza di PAOLO LONGONI
Negli ultimi 10 anni il prezzo dell’oro ha evidenziato un trend generale di grande crescita, passando da circa 30 euro al grammo nel 2014 ad un picco di oltre 110 euro al grammo in questi giorni del 2025.
Un incremento di valore che supera il 200%.
Si tratta di una crescita comunque caratterizzata da ampia volatilità, con periodi di flessione seguiti da risalite vertiginose, molto sensibile alle incertezze economiche e alle tensioni geopolitiche.
Ma siamo pur sempre nell’ambito dell’investimento-rifugio per eccellenza. Anche le politiche monetarie delle Banche Centrali hanno ed hanno avuto un impatto diretto sulla quotazione del metallo; che, sorprendentemente, ha negli ultimi anni raggiunto, superato ed oggi quasi triplicato il valore del platino, un metallo tradizionalmente ritenuto più prezioso dell’oro.
E va ricordato che l’outlook delle valutazioni degli esperti e dei trader è ancora di opinione rialzista.
In realtà il fenomeno della crescita esponenziale del valore dell’oro sembra dovuto anche a fattori inaspettati; fra questi, in breve:
- L’approvvigionamento di metallo aurifero da giacimenti è destinato a diminuire drasticamente nei prossimi anni; negli ultimi settant’anni le miniere del Sudafrica hanno generato tra il 50 ed il 70% del totale di oro estratto. Ma le aziende minerarie incontrano serie difficoltà di approvvigionamento, e negli ultimi anni le forniture globali da miniere sono in decrescita di circa il 20%; e ciò nonostante siano state messe in attività diverse miniere site in Cina, che hanno dato un nuovo impulso alle forniture di metallo grezzo.
- Il costo di ricerca, sviluppo, ingegnerizzazione delle campagne esplorative per reperire nuove fonti aurifere è in costante crescita: la spesa globale per l’esplorazione di nuovi siti cui attingere metallo ascende ormai a oltre 10 miliardi di dollari USA.
- I costi di produzione delle imprese minerarie sono strettamente influenzati dal prezzo dell’energia e del petrolio: occorre una enorme quantità di energia, lavoro, materiali e capitale per produrre oro: se il costo dell’energia è al rialzo, il costo dell’oro (e di conseguenza il suo prezzo-valore) non può che crescere.
- Le banche centrali non sono in grado di controllare il prezzo dell’oro, come d’altra parte non possono controllare il prezzo di qualunque altra commodity: entrano nel mercato acquistando riserve d’oro per investire, ma al tempo stesso cercano di evitare che l’oro salga troppo in alto spingendo gli investitori lontano dai titoli di stato e dal mercato azionario.
- La finanza – e soprattutto la finanza derivata – sta costruendo da tempo strumenti speculativi che scommettono in pieno sul rialzo dell’oro. I grandi fondi internazionali che hanno bisogno di avere rendimenti alti per rendere attrattivi i loro prodotti, costruiscono ETF (exchange traded funds) o ETC (exchange traded commodities) verso cui indirizzare il risparmio gestito che replicano il prezzo dell’oro ed offrono crescite di valore appetitose per gli investitori.
- Gli stessi grandi fondi hanno in portafoglio circa il 20% delle azioni delle società produttrici di metallo aurifero; gli analisti finanziari rilevano che circa un terzo della produzione mondiale di oro è controllata dalle Big Three dei Fondi. Ed è chiaro che con questa forza d’urto i tre fondi possono determinare i prezzi su cui scommettono e, contando anche sulla propensione all’acquisto dei beni-rifugio, risultano sempre vincenti nello scenario della speculazione.
Questi elementi di analisi, desumibili facilmente dagli studi sulla questione, inducono ad osservare che l’investimento nel settore aurifero diventa sempre conveniente e prospetticamente vantaggioso.
Nel nostro Paese nemmeno la manovra finanziaria 2024, che ha istituito un’imposta sostitutiva del 26% sulle somme incassate da chi vende oro (tassazione sull’intera somma, e non sulla plusvalenza!) ha disincentivato la propensione ad investire nell’oro: anzi, nei prodotti finanziari collegati all’oro. Gli acquisti di oro retail si sono spostati dai lingotti e dalle monete verso gli ETF – emessi da società di diritto estero che non scontano la tassazione imposta dal Governo Italiano – producendo ulteriori guadagni per i fondi che li emettono: oltre a maturare plusvalore sull’oro, maturano commissioni di gestione e di performance sui fondi che collocano presso i risparmiatori.
Per inserire l’oro in portafoglio, infatti, gli investitori hanno diverse opzioni: oltre al classico lingotto o alle monete che contengono titolo aurifero, possono investire direttamente nel mercato azionario acquistando titoli delle società aurifere, o possono investire negli ETF-ETC c.d. “a replica fisica”, emessi da fondi che acquistano direttamente oro, il cui valore è dunque agganciato al prezzo reale del bene detenuto, ovvero negli ETF-ETC c.d. “a replica sintetica”, che non detengono fisicamente la materia prima ma ne replicano la performance tramite prodotti derivati.
I fondi che investono nel settore oro sono presentati da Goldman Sachs con rendimenti che oscillano tra il 44 ed il 53% annuo, assoggettati – non va dimenticato – ad imposta sostitutiva sulle plusvalenze come redditi da capitale solo al realizzo effettivo della plusvalenza stessa.
Ma dove può arrivare il valore dell’oro? Per un certo periodo, fino alla guerra in Ucraina, gli analisti osservavano una correlazione inversa con i tassi di interesse a lungo termine; ma negli ultimi anni la correlazione sembra del tutto perduta, e viene indicato il maggior fattore di influenza negli acquisti di bene-rifugio.
La previsione degli analisti è di ulteriore crescita, anche se non con i picchi straordinari degli ultimi mesi.
