ROMA – Tempi più lunghi per chi lascia il lavoro prima, tagli al riscatto della laurea, il silenzio-assenso per il Tfr dei giovani: questi i principali punti del maxi emendamento presentato dal governo alla Manovra portata dal Ministro Giancarlo Giorgetti in commissione Bilancio del Senato. Un intervento con cui si punta a risparmiare nel 2035, a regime, 2 miliardi di euro circa. Intanto è spostato alle 18 di oggi, mercoledì 17 dicembre, il termine per la presentazione dei sub-emendamenti al maxi emendamento del governo, per cui le opposizioni- fortemente contrarie alle novità introdotte, avevano chiesto ulteriori 24 ore.
LA STRETTA SULLA PREVIDENZA
Di fatto, si alzano i paletti dei requisiti per andare in pensione anticipata. Ad oggi sono necessari 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, non è richiesta un’età minima. Quando si raggiungono i requisiti si apre una ‘finestra’ di 3 mesi per la decorrenza della pensione. Il maxiemendamento in sostanza sposta in avanti la durata della finestra, che resterà di tre mesi solo per chi matura i requisiti entro il 31 dicembre 2031. Dal primo gennaio 2032 al 31 dicembre 2033 invece i tempi della finestra si allungano a quattro mesi, e ancora a cinque mesi per chi matura i requisiti nel 2034 e infine a sei dal primo gennaio 2035. Non è tutto: il disegno di legge di Bilancio stabilisce infatti che nel 2027 i contributi necessari per la pensione anticipata aumenteranno di un mese e di altri due mesi dal 2028, si arriva a 43 anni e un mese per gli uomini, 42 anni e un mese per le donne. E sono anticipate altre sorprese: adeguamenti ai requisiti alla speranza di vita sono infatti previsti per legge con cadenza biennale, dal 2029 in poi.Si prevede infine una clausola di salvaguardia che esclude dalla stretta i lavoratori che, alla data di entrata in vigore della legge (presumibilmente il primo gennaio 2026) risultino inclusi in accordi collettivi di accompagnamento alla pensione.
IL TFR DEI NEO ASSUNTI
L’unica misura in qualche modo attesa, inserita nel maxi emendamento, è il sistema del silenzio-assenso per dirottare il Tfr ai fondi pensione, riservato però solo ai neoassunti. Per loro è introdotto il meccanismo del silenzio-assenso per conferire gli accantonamenti per la liquidazione ai fondi pensione: dal primo luglio 2026, il Tfr dei lavoratori dipendenti del settore privato assunti per la prima volta sarà destinato in automatico al fondo di previdenza integrativa individuato dai contratti collettivi di lavoro a meno che, entro 60 giorni, il lavoratore non rinunci e disponga di versare il Tfr a un’altra forma di previdenza complementare o decida di mantenerlo nel regime di Trattamento di fine rapporto. Questa ultima scelta può comunque essere revocata in un secondo momento, diversamente dal caso in cui si conferisca il Tfr alla previdenza integrativa.
I TAGLI AL RISCATTO DI LAUREA
Un’altra misura riguarda in particolare chi si possiede una laurea e diplomi universitari di durata triennale, titoli che potevano essere riscattati a titolo oneroso, consentendo una pensione anticipata di tre anni prima. Il maxiemendamento prevede invece che dal 2031, in caso di riscatto, per il calcolo dei requisiti dei contributi, verranno ridotti sei mesi. Ma il taglio è progressivo: dal 2032 la riduzione è di 12 mesi, dal 2033 i mesi scoperti salgono a 18, dal 2034 sono 24 e infine dal 2035 addirittura 30. In sintesi, a regime, un riscatto di tre anni conterà solo sei mesi per raggiungere prima la pensione. Ma il taglio riguarderà anche la laurea magistrale, 3+2, i contributi conteggiati saranno praticamente dimezzati.
Sulle novità introdotte con il maxi emendamento nettamente contraria la Cgil che punta il dito su quello che definisce un inasprimento strutturale del sistema pensionistico.
CGIL: “IN PENSIONE SEMPRE PIÙ TARDI, DIRITTO NEGATO”
“Se qualcuno avesse avuto ancora qualche dubbio, il maxi-emendamento del Governo alla legge di bilancio lo ha definitivamente chiarito: si andrà in pensione sempre più tardi. Con queste scelte l’Esecutivo riesce in un’impresa clamorosa, quella di superare persino la legge Monti-Fornero, rendendo il sistema previdenziale ancor più rigido, ingiusto e punitivo per lavoratrici e lavoratori”.Così la segretaria confederale della Cgil Lara Ghiglione commenta duramente le misure contenute nell’articolo 43 del maxi-emendamento governativo, che introduce interventi strutturali restrittivi sui pensionamenti anticipati a partire dal 2031.“Non siamo di fronte a semplici aggiustamenti tecnici– prosegue la dirigente sindacale– ma a un vero e proprio inasprimento strutturale del sistema”. Infatti, spiega, “il maxi-emendamento allunga progressivamente le finestre di decorrenza delle pensioni anticipate fino a sei mesi dal 2035 e, nei fatti, considerando anche l’adeguamento alla speranza di vita che il Governo ha scelto di non bloccare, porta l’accesso alla pensione anticipata a 43 anni e 9 mesi di contribuzione nel 2035, smentendo nei fatti le promesse fatte a lavoratrici e lavoratori. Altro che flessibilità: si costringono le persone a restare al lavoro sempre più a lungo, aumentando i periodi scoperti tra lavoro e pensione e producendo risparmi di spesa solo rinviando diritti maturati”, denuncia.
“RISCATTO DI LAUREA, MISURA RETROATTIVA INCOSTITUZIONALE”
Ghiglione sottolinea poi che “a questo si aggiunge la penalizzazione del riscatto degli anni di studio, peraltro con una misura retroattiva e con evidenti profili di incostituzionalità: contributi regolarmente pagati non produrranno più pieni effetti previdenziali ai fini dell’accesso alla pensione anticipata. Una svalutazione selettiva e progressiva che arriva a escludere fino a 30 mesi dal 2035. Questo significa che una lavoratrice o un lavoratore che ha riscattato un periodo di studi potrà arrivare addirittura a 46 anni e 3 mesi di contribuzione prima di andare in pensione. Siamo alla follia”.Per la segretaria confederale della Cgil si tratta di “una rottura gravissima del principio di affidamento, che colpisce soprattutto i lavoratori più giovani, chi ha carriere medio-alte con ingresso tardivo nel mercato del lavoro e chi ha investito risorse significative nel riscatto della laurea. Lo Stato cambia le regole a partita già giocata, come aveva fatto con i lavoratori pubblici con il taglio delle aliquote di rendimento”.“Dopo aver di fatto azzerato qualsiasi forma di flessibilità in uscita dal lavoro, il Governo introduce ulteriori peggioramenti, inserendoli all’interno di un requisito pensionistico che continuerà a crescere nel tempo e che viene aggravato da nuove penalizzazioni e rinvii della decorrenza. Una scelta consapevole– conclude Ghiglione– che sposta sempre più in là il traguardo pensionistico per tutte e tutti, negando il diritto a una pensione dignitosa dopo una vita di lavoro”.
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