Gli approfondimenti sulla previdenza di PAOLO LONGONI
La definizione di base della previdenza può essere assunta come “un trattamento pensionistico determinato in base ai contributi versati durante l’attività di lavoro”; mentre “assistenza” può essere definita come un trattamento ispirato dallo scopo di tutelare una situazione di bisogno o di disagio.
E sembra dunque di poterne desumere che la previdenza debba essere pagata con i contributi previdenziali versati dalle classi oggi attive, mentre l’assistenza nel mondo pubblico debba essere coperta con il gettito generale derivante dalla fiscalità; mentre nel mondo delle Casse privatizzate debba essere coperta attraverso specifici atti di contribuzione imposti a tutti gli iscritti della gestione.
Quanto sopra indice molti studiosi ad affermare che la spesa previdenziale considerata stricto sensu è assai inferiore alle cifre ufficiali esposte nei documenti di bilancio dell’INPS e della Casse, e che essa può facilmente essere ricondotta entro i limiti del gettito contributivo; il disavanzo della previdenza sarebbe dunque, secondo questa visione, praticamente inesistente.
Nella previdenza pubblica il legislatore fino dal 1989 si è proposto di separare la previdenza dall’assistenza (sul modello delle Casse privatizzate, che già seguivano questo principio), istituendo presso l’INPS la Gestione degli Interventi Assistenziali – GIAS -, che deve essere finanziata dall’erario e non dai contributi.
Ma l’elenco delle voci che sono comprese nella GIAS, in verità, risulta sorprendentemente esteso: comprende ad esempio un rilevantissimo importo destinato a coprire le pensioni dei coltivatori diretti, la cui gestione è gravemente deficitaria sia per la drastica riduzione dei lavoratori attivi sia per alcune generose concessioni della normativa (al lavoratore agricolo sono sufficienti 51 giornate lavorative prestate nell’anno e coperte da contributi perché gli sia accreditato un intero anno di anzianità contributiva). Ma questo certamente non è in linea con il principio di separazione dell’assistenza dalla previdenza.
Quanto alle Casse previdenziali dei liberi professionisti, oggi e da sempre esse sono tutte a saldo previdenziale positivo (contributi riscossi superiori alle pensioni erogate); ma quando si presenterà la “gobba” dei pensionamenti dei c.d. boomers si presenteranno saldi abbondantemente negativi: e allora le integrazioni del saldo che verranno dall’utilizzo dei rendimenti del patrimonio devono essere considerate “spesa assistenziale”?
In realtà sembra che la distinzione fra previdenza ed assistenza sia spesso un artificio, con il quale si introducono nel sistema dei dati discrezionalmente presentati a fini “politici”.
All’interno delle voci contenute nella GIAS figurano anche i miglioramenti alle pensioni d’annata, deliberati per neutralizzare gli effetti di norme che avevano fatto quasi capricciosamente variare l’importo della pensione in relazione all’anno di liquidazione; nella GIAS sono comprese le pensioni di invalidità liquidate anteriormente al 1982, quando vigevano criteri assai più generosi per questo trattamento; ma la voce più rilevante contenuta nella GIAS riguarda le integrazioni al trattamento minimo, e cioè le somme destinate a integrare pensioni insufficienti portandole con automatismo alla soglia minima.
Per le Casse previdenziali dei professionisti il fardello della sproporzione fra contributi versati e prestazioni erogate è formato dalle pensioni calcolate con metodo retributivo, dalle integrazioni al minimo per i soggetti che non hanno raggiunto un livello minimo di sussistenza, dalle pensioni di inabilità e di invalidità.
Si può quindi sostenere che la previdenza e l’assistenza finiscono per confondersi e che siamo nell’ambito di un contratto sociale in base al quale tutti i lavoratori attivi pagano contributi, ma chi durante la vita lavorativa ha patito di saltuarietà e di bassa remunerazione otterrà comunque una maggiorazione di trattamento rispetto all’equivalente dei contributi versati.
Sembra di poter rilevare che, a partire dalla Riforma Dini, e per la Casse previdenziali private con le singole riforme degli ordinamenti, l’introduzione del metodo contributivo di calcolo della prestazione abbia dato al sistema una corretta impostazione, separando previdenza da assistenza.
Ma quali prestazioni garantisce il sistema contributivo di calcolo? Se è vero che tende a ripristinare gli equilibri attuariali, è altrettanto vero che propone pensioni misere; che derivano da severi coefficienti di trasformazione calcolate in base all’età del pensionamento.
Ci attende un futuro di nuovi poveri, e una moltitudine di soggetti che dovranno essere assistiti a causa di una previdenza avara?
La separazione fra previdenza ed assistenza appare dunque come un esercizio diretto a mostrare dati meno severi; ma occorre altro, ben altro perché si veda un futuro previdenziale decoroso per chi oggi contribuisce.
