Rubrica “PARI E DIS-PARI”
di Roberta Benna*
L’avreste mai detto che ad una donna intorno ai cinquant’anni, oltre caldane, improvviso sovrappeso, cambiamenti d’umore e rialzo pressorio, potesse incombere il fantasma della Takotsubo?
Parlando in termini scientifici si tratta di una cardiomiopatia da stress, altrimenti detta “sindrome del cuore infranto”, condizione cardiaca che emula un infarto acuto con dolore toracico intenso e opprimente, palpitazioni, respiro corto e dispnea, grande affaticamento e talvolta sincope. Di solito il tutto in assenza di ostruzioni coronariche, evidenti dopo una coronarografia, con rialzo degli enzimi cardiaci e variazioni dell’elettrocardiogramma.
Ad una visita ecocardiografica il ventricolo sinistro del cuore assume un aspetto anomalo, cambiando conformazione rispetto allo stato fisiologico: l’estremità finale si arrotonda, mentre la punta si assottiglia, assumendo la forma di una trappola per polpi ideata da pescatori in Giappone (tako significa polpo e tsubo significa vaso, trappola) e proprio in Giappone intorno agli anni 90 fu descritta.
Ma come fu scoperta?
Medici e studiosi si resero conto che il malessere riguardava soprattutto pazienti donne, in un’età compresa tra i 55 e 75 anni, in o dopo la menopausa, dopo momenti di forte stress o dopo un grave lutto. Un cuore in difficoltà, stretto in una morsa, con variazioni documentate ma in assenza di reale ostruzione delle coronarie e un superamento del quadro nel 95% dei casi.
Successivamente ci furono accertamenti e approfondimenti dei vari casi, fino ad arrivare a conoscere diverse cause di questa patologia.
Lutto.
Eventi catastrofici (terremoti).
Discussioni accese.
Perdita di lavoro e grosse somme di denaro.
Separazione e divorzio.
Violenza domestica.
Ormoni.
Ancora gli ormoni, ancora la violenza domestica, ancora l’emotività preponderante delle donne.
Cosa può fare allora una donna per difendere la propria salute e incolumità, perché quel 5% esiste e può trasformare una patologia solitamente benigna in patologia che porta allo shock cardiogeno, gravi aritmie e insufficienza cardiaca acuta.
Può seguire un’alimentazione sana, fare attività fisica, leggere poesie, non fumare, gestire lo stress con yoga e meditazione, elaborare il dolore e la tristezza, chiedere aiuto perché da soli è tutto più faticoso, amarsi, perdonarsi, ritrovarsi.
Le donne sanno da sempre prendersi cura, è atavica la loro dedizione ai figli, alla famiglia, spesso dimenticandosi di loro stesse. Gli esempi delle gerarchie del passato sono proprio famiglie matriarcali dove la donna, seppur considerata il sesso debole, gestiva e si occupava di figli, dei figli delle altre donne, di cucinare, di mantenere un decoro casalingo e di non aver troppo tempo per le emozioni, gli ideali, le vocazioni.
Può tutto questo essere rimasto inciso nel DNA tanto da aver preservato una forte emotività tale da comportare nel tempo una patologia di cuore infranto?
Il peso della cura è rimasto tutto sulle spalle delle donne, anche in quelle che non hanno rinunciato alla carriera, alla propria vita, ai propri sogni mantenendo un ruolo di caregiver che sostiene gratuitamente e in modo continuativo figli, famigliari, genitori.
Può un’emotività non impattare sulla loro salute fisica e mentale?
Può non essere riconosciuta?
Partiamo dal prendere atto che essere donna significa essere persona, lavoratrice, spesso madre, gestrice di casa, curatrice di famigliari non autosufficienti, professionista e chissà quant’altro.
* Infermiera professionale reparto Cardiologia
