CNPR FORUM
Il divario richieste-profili penalizza l’ingresso dei giovani nel lavoro
Per ridurre le distanze serve un collegamento maggiore tra scuola e mondo produttivo
Bruno Marrone
Il mercato del lavoro italiano continua a fare i conti con un divario strutturale tra formazione e occupazione, che penalizza in particolare le nuove generazioni. È questo il quadro emerso nel corso del Cnpr Forum “Una generazione in attesa: le sfide dell’accesso al lavoro tra scelte e opportunità”, promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, presieduta da Luigi Pagliuca.
Ad aprire il dibattito è stato Fabrizio Sala (Forza Italia), che ha evidenziato: “Esiste un divario significativo tra sistema formativo e mercato del lavoro, dovuto a percorsi educativi spesso poco allineati alle esigenze delle imprese e a forti differenze territoriali, con un’incidenza maggiore dei Neet nel Mezzogiorno. Per colmare questa distanza è necessario rafforzare il collegamento tra scuola e mondo produttivo, promuovendo un dialogo costante e aggiornando le competenze. In questo contesto risultano cruciali misure come incentivi all’occupazione giovanile stabile, un potenziamento dell’orientamento e l’introduzione di un sistema pubblico di certificazione della formazione, in grado di garantire qualità, trasparenza e maggiore efficienza nel mercato del lavoro”.

L’azione del governo è stata rivendicata da Marcello Coppo (FDI): “L’occupazione mostra segnali di crescita, anche tra giovani e over 50, indicando l’efficacia delle politiche adottate. In passato, la separazione tra istruzione e lavoro ha limitato le opportunità, mentre oggi si punta su un maggiore collegamento tra formazione e sistema produttivo. È necessario rafforzare questo approccio con politiche attive e sviluppo delle competenze, per favorire non solo l’ingresso nel lavoro, ma anche percorsi più stabili e qualificati. I dati confermano un aumento degli impieghi stabili tra i giovani, segno che la direzione intrapresa è positiva e va consolidata”.

Di diverso avviso Francesca Ghirra (Avs), che ha messo in discussione la qualità della crescita occupazionale: “I dati Istat mostrano una crescita dell’occupazione solo sul piano numerico, mentre la qualità del lavoro resta debole, caratterizzata da bassi salari, precarietà e problemi di sicurezza. Questa situazione colpisce soprattutto giovani e donne, che faticano ad accedere a opportunità stabili. Per migliorare il quadro è necessario rafforzare il ruolo della scuola come strumento di mobilità sociale e contrastare il fenomeno dei Neet, oggi molto diffuso. In assenza di interventi efficaci, anche le nuove misure rischiano di essere insufficienti a garantire occupazione qualificata e duratura”.

Secondo Fabrizio Benzoni (Azione), “i dati Istat evidenziano criticità dietro la crescita dell’occupazione, con un aumento della precarietà soprattutto tra i giovani, spesso inseriti in percorsi lavorativi instabili e poco remunerati. Per affrontare il problema è necessario intervenire in modo strutturale sul rapporto tra scuola, formazione e impresa, favorendo l’accesso a lavori stabili e adeguatamente retribuiti. Tra le misure proposte, la decontribuzione per i neoassunti e il rafforzamento dell’apprendistato come principale canale di ingresso nel mercato del lavoro, insieme alla riduzione del divario tra formazione e occupazione”.

Nel corso dei lavori, moderati da Anna Maria Belforte, il punto di vista dei professionisti è stato espresso da Pasqua Borracci, commercialista e revisore legale dell’Odcec di Bari: “I dati Istat mostrano una crescita dell’occupazione non uniforme: aumenta soprattutto tra gli over 50, mentre i giovani restano più esposti a precarietà e inattività, con oltre un milione di NEET. È necessario intervenire sulle cause, rafforzando il collegamento tra istruzione, formazione e imprese per rendere il lavoro più accessibile. In un mercato in continua evoluzione, la formazione non può più fermarsi a diploma o laurea, ma deve puntare su aggiornamento continuo e competenze mirate, anche attraverso strumenti flessibili come le micro-certificazioni”.
Le conclusioni sono state affidate a Paolo Longoni, consigliere dell’Istituto nazionale esperti contabili: “In Italia persiste un forte mismatch tra le competenze richieste dalle imprese e quelle dei candidati. In questo contesto, l’apprendistato, soprattutto quello di alta formazione, rappresenta uno strumento efficace perché integra il percorso accademico con l’esperienza diretta in azienda, sostenuto anche da incentivi contributivi per le imprese. Un ruolo chiave può essere svolto anche dagli istituti tecnologici superiori, che offrono una formazione professionalizzante con docenti provenienti dal mondo del lavoro, ampio spazio agli stage e programmi sviluppati in collaborazione con le aziende, favorendo così un collegamento concreto tra istruzione e occupazione”.
* Il Tempo
