Italia più digitale La sfida è aperta

Tra opportunità e rischi di burocrazia il Paese è in ritardo sulla trasformazione

La ricetta per lo sviluppo: incremento dell’alfabetizzazione informatica e il sostegno alle imprese

di Bruno Marrone

La trasformazione digitale del Paese resta una sfida aperta tra opportunità di crescita, ritardi strutturali e nuove diseguaglianze sociali. Dal rapporto tra pubblica amministrazione, imprese e innovazione fino al nodo delle competenze e della semplificazione burocratica, il tema è stato al centro del Cnpr forum “Italia digitale: il ritardo che pesa. Cosa frena la trasformazione del Paese?”, promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili presieduta da Luigi Pagliuca.

“Il digitale riesce ad aiutarci solo se semplifica realmente i processi, ma su questo abbiamo ancora molto da fare”, ha spiegato Gianluca Cantalamessa (Lega). “In Italia abbiamo centinaia di migliaia di leggi vigenti contro poche decine di migliaia di Germania e Inghilterra. Più che di transizione digitale dovremmo parlare di burocrazia digitale. Esiste inoltre il problema dell’ipernanismo delle imprese italiane: molte producono eccellenze artigianali ma, proprio per le dimensioni ridotte, fanno più fatica a internazionalizzarsi. Nel decreto Incentivi ci sono risorse per aiutarle ad affrontare questa sfida”.

Gianluca Cantalamessa (Lega)

Secondo Rosaria Tassinari (Forza Italia), “il digitale rappresenta una straordinaria occasione di sviluppo, ma servono competenze adeguate e un grande lavoro di alfabetizzazione informatica, soprattutto nei confronti delle categorie più fragili. Anche le piccole imprese devono essere accompagnate nei processi di innovazione per diventare più competitive nei mercati internazionali”. Tassinari ha inoltre sottolineato il ruolo degli ITS e della formazione specializzata per ridurre il mismatch tra domanda e offerta di lavoro.

Rosaria Tassinari (FI)

Sul tema della diseguaglianza generazionale si è soffermata Elena Bonetti (Azione): “La burocrazia rallenta l’accesso digitale ai servizi pubblici e penalizza soprattutto gli anziani. Lo Stato deve promuovere una grande campagna di formazione e informazione, altrimenti rischiamo di escludere molti cittadini dall’accesso a diritti fondamentali come la telemedicina. È necessario inoltre favorire un patto generazionale nelle imprese, valorizzando il know how degli over 50 e le competenze digitali dei giovani”.

Elena Bonetti (Azione)

Più critico Arturo Scotto (PD): “Il digitale può migliorare la qualità del lavoro, ma servono maggiori investimenti sulla formazione e sull’inclusione. Il vero nodo resta la dimensione delle imprese italiane: bisogna favorire aggregazioni e processi di crescita capaci di rendere le aziende più competitive attraverso l’innovazione. Le nuove tecnologie devono aiutare il lavoro a essere più libero, produttivo e meglio retribuito”.

Arturo Scotto (PD)

Nel corso dei lavori, moderati da Anna Maria Belforte, il punto di vista dei professionisti è stato espresso da Mario Chiappuella, commercialista e revisore legale dell’Odcec di Massa Carrara: “Il digitale doveva semplificare la vita dei cittadini, ma per molti italiani è diventato un ostacolo in più. Solo il 35% utilizza i servizi pubblici online contro una media europea del 47%. Il problema non è l’assenza di piattaforme o connessioni, ma la carenza di competenze per usarle davvero. La priorità deve essere investire sul capitale umano, sulla formazione e sulla semplificazione reale dei processi”.

A chiudere il forum è stato Paolo Longoni, consigliere dell’Istituto nazionale esperti contabili: “Negli ultimi anni, anche grazie alle risorse del PNRR, ci sono state accelerazioni importanti nella transizione digitale. Restano però forti criticità culturali, infrastrutturali e burocratiche. Il vero collo di bottiglia è la carenza di competenze, sia tra i cittadini sia nella pubblica amministrazione. Rendere i servizi pubblici digitali più semplici e accessibili rappresenta una delle sfide principali per il futuro del Paese”.

Dal dibattito è emersa quindi una convinzione condivisa: la digitalizzazione non può limitarsi all’introduzione di nuove piattaforme tecnologiche, ma deve tradursi in una reale semplificazione amministrativa e in un miglioramento concreto della qualità della vita di cittadini e imprese. Il rischio, altrimenti, è che il divario digitale finisca per ampliare le diseguaglianze sociali e territoriali già esistenti, penalizzando soprattutto anziani, piccoli imprenditori e aree interne del Paese. Per questo, secondo i relatori, formazione, inclusione e innovazione devono diventare i pilastri di una nuova strategia nazionale capace di coniugare crescita economica, competitività e coesione sociale.

* Il Tempo

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