Gli approfondimenti sulla previdenza di PAOLO LONGONI
In Italia, la previdenza complementare (o pensione integrativa) rappresenta il cosiddetto “secondo pilastro” del sistema pensionistico. Il suo scopo principale è quello di affiancare la pensione pubblica obbligatoria (INPS o Casse professionali), per garantire un tenore di vita adeguato una volta terminata l’attività lavorativa.
Il sistema è basato su un’adesione volontaria e su una gestione a capitalizzazione individuale: i contributi versati vengono investiti sui mercati finanziari e accumulati in una posizione personale che cresce nel tempo.
Le Tipologie di Fondi Pensione
Esistono quattro grandi categorie di strumenti previdenziali in Italia:
- Fondi Chiusi o Negoziali (di categoria): Sono istituiti da contratti collettivi nazionali (CCNL) o accordi sindacali (ad esempio Fon.Te. per il commercio, Cometa per i metalmeccanici). Sono riservati a specifiche categorie di lavoratori e presentano solitamente i costi di gestione più bassi.
- Fondi Aperti: Istituiti da banche, assicurazioni o SGR. Sono accessibili a chiunque (lavoratori dipendenti, autonomi o persone a carico) indipendentemente dal settore lavorativo.
- PIP (Piani Individuali Pensionistici): Sono contratti di assicurazione sulla vita a finalità previdenziale. Offrono la massima personalizzazione della contribuzione, ma spesso a fronte di costi strutturali leggermente più alti.
- Fondi Preesistenti: Strutture nate prima della riforma del 1993, limitate per lo più a grandi banche o specifiche aziende storiche.
Come si alimenta il Fondo Pensione?
Un lavoratore può finanziare la propria posizione previdenziale attraverso tre canali:
- Il TFR (Trattamento di Fine Rapporto): I lavoratori dipendenti possono scegliere di destinare il proprio TFR maturando direttamente al fondo anziché lasciarlo in azienda.
- Il Contributo del Lavoratore: Una percentuale dello stipendio o versamenti liberi scelti dall’aderente.
- Il Contributo del Datore di Lavoro: Se si aderisce a un fondo negoziale e il lavoratore versa la propria quota minima, il datore di lavoro è obbligato per contratto a versare una quota aggiuntiva a proprio carico.
I Grandi Vantaggi: Fisco e Agevolazioni
Il legislatore italiano incentiva fortemente la previdenza complementare attraverso tre leve fiscali estremamente favorevoli:
- Deducibilità Fiscale
I contributi versati dal lavoratore (escluso il TFR) sono deducibili dal reddito IRPEF fino a un massimo di 5.164,57 € all’anno. Questo si traduce in un risparmio fiscale immediato pari all’aliquota marginale IRPEF del contribuente.
- Tassazione dei Rendimenti
Mentre le plusvalenze sugli investimenti finanziari (anche per quelli delle Casse di Previdenza obbligatoria) in Italia sono tassate al 26%, i rendimenti dei fondi pensione beneficiano di un’aliquota agevolata del 20% (che scende fino al 12,5% per la quota investita in Titoli di Stato).
- Tassazione Agevolata al Momento della prestazione
Al momento del pensionamento, il capitale e la rendita accumulati non subiscono la normale tassazione IRPEF a scaglioni. Viene invece applicata una ritenuta a titolo d’imposta del 15%, che si riduce dello 0,30% per ogni anno di iscrizione successivo al quindicesimo, fino a raggiungere un minimo del 9% dopo 35 anni di versamenti. Il TFR lasciato in azienda verrebbe invece tassato con l’aliquota media degli ultimi anni di lavoro, decisamente più alta.
Anticipazioni e Riscatti (Prima del Pensionamento)
Anche se il fondo è uno strumento destinato al lungo termine, la normativa permette di attingere al capitale accumulato in caso di necessità:
- Spese Sanitarie Straordinarie: Fino al 75% della posizione, in qualsiasi momento (tassazione al 15%-9%).
- Acquisto o Ristrutturazione Prima Casa: Fino al 75% della posizione, ma solo dopo 8 anni di iscrizione (tassazione al 23%).
- Ulteriori Esigenze personali: Fino al 30% della posizione, dopo 8 anni di iscrizione (tassazione al 23%).
È inoltre possibile richiedere il riscatto totale o parziale della posizione in caso di perdita del lavoro, mobilità, cassa integrazione o invalidità.
Per calcolare a quanto ammonterà la rendita pensionistica integrativa dopo 20 anni di versamenti da 5.000 € all’anno, è necessario formulare alcune proiezioni finanziarie.
Il risultato finale dipende da tre fattori chiave:
- Il rendimento medio annuo composto della linea di investimento scelta, che nelle proposte dei fondi solitamente è prudente, bilanciata o azionaria.
- I costi di gestione del fondo pensione.
- Il coefficiente di conversione in rendita al momento del pensionamento, che alcuni fondi assimilano ai coefficienti di trasformazione INPS, mentre altri provvedono a tabelle di coefficienti proprie.
Facendo una simulazione realistica ed ipotizzando un fondo con costi medi i tre diversi scenari di rendimento, già al netto della tassazione sui rendimenti, potrebbero essere:
Scenario 1: Linea Prudente/Garantita (Rendimento netto: 2% annuo)
Questo scenario è tipico di chi sceglie comparti prevalentemente obbligazionari o garantiti.
- Totale versato in 20 anni: 100.000 €
- Capitale finale rivalutato: circa 123.000 €
- Rendita annua stimata a 67 anni: circa 5.100 € lordi all’anno (circa 425 € al mese).
Scenario 2: Linea Bilanciata (Rendimento netto: 4% annuo)
Questo scenario è la media storica di un comparto bilanciato (50% azioni, 50% obbligazioni) su un orizzonte di 20 anni.
- Totale versato in 20 anni: 100.000 €
- Capitale finale rivalutato: circa 150.000 €
- Rendita annua stimata a 67 anni: circa 6.200 € lordi all’anno (circa 515 € al mese).
Scenario 3: Linea Azionaria/Crescita (Rendimento netto: 6% annuo)
Scenario tipico di chi seleziona un comparto prevalentemente azionario, adatto a chi ha davanti a sé almeno 15-20 anni prima della pensione.
- Totale versato in 20 anni: 100.000 €
- Capitale finale rivalutato: circa 184.000 €
- Rendita annua stimata a 67 anni: circa 7.600 € lordi all’anno (circa 633 € al mese).
Naturalmente, le ipotesi sopra esposte sono condizionate all’effettivo andamento dei mercati; non va dimenticato che i fondi accantonati possono anche essere oggetto di perdite o riduzioni di valore, trattandosi di investimenti in operazioni finanziarie.
Il “Vero” Guadagno: Il Risparmio Fiscale IRPEF
Versando 5.000 € all’anno (cifra vicina al tetto massimo deducibile di 5.164,57 €), il contribuente gode di un enorme vantaggio fiscale immediato. Ogni anno porta in deduzione questa cifra, riducendo l’IRPEF che paga allo Stato.
Ecco quanto “ritorna” in tasca ogni anno sotto forma di risaprmio fiscale, a seconda dello scaglione di reddito:
| Reddito Annuo Lordo (RAL) | Aliquota IRPEF Marginale | Risparmio Fiscale Annuo | Risparmio totale in 20 anni |
| Fino a 28.000 € | 23% | 1.150 € | 23.000 € |
| Da 28.000 € a 50.000 € | 35% | 1.750 € | 35.000 € |
| Oltre 50.000 € | 43% | 2.150 € | 43.000 € |
In altre parole, in presenza di un reddito superiore a 50.000 €, il versamento annuo di 5.000 € ha un costo “reale” solo di 2.850 €. In 20 anni il capitale accumulato sarà formato da 100.000 € di versamenti, ma l’uscita finanziaria netta è di soli 57.000 €.
Opzioni al momento del pensionamento
I contratti di adesione ai fondi hanno caratteristiche e pattuizioni diverse; ma la maggior parte di essi prevede che al momento della quiescenza si possa ottenere:
- Il 100% sotto forma di rendita mensile; va verificato se nel contratto di adesione al fondo è prevista la reversibilità in favore dei superstiti oppure no.
- Il 50% sotto forma capitale e il 50% sotto forma di rendita: in questo caso la rendita mensile, ovviamente, è dimezzata.
- Il 100% sotto forma di capitale: la maggior parte dei contratti prevede che, qualora la rendita risultante sia di importo inferiore all’assegno sociale INPS, sia possibile ottenere l’intero capitale rivalutato in unica soluzione
In tutti i casi, la tassazione finale su quanto accumulato dopo 20 anni sarà agevolata al 9/15% in luogo dell’aliquota IRPEF ordinaria.
Da quanto sopra emerge senza dubbio che sia conveniente, utile, se non necessario, procedere alla istituzione di un fondo di secondo pilastro fin dai primi anni della vita lavorativa; ciò perché le somme accumulate devono essere di un minimo di consistenza, ma anche perché la integrazione della rendita della pensione derivante dai contributi obbligatori è quanto mai opportuna in epoca nella quale le prestazioni sono ormai soltanto contributive.
