Gli approfondimenti sulla previdenza di PAOLO LONGONI
Il divario economico tra il Nord e il Sud Italia – spesso definito storicamente come “questione meridionale” – trova la sua espressione più evidente e misurabile nei dati del Prodotto Interno Lordo (PIL). Non si tratta solo di una differenza di cifre complessive, ma di una profonda discrepanza in termini di ricchezza pro capite, struttura produttiva e dinamismo economico.
Le macro-differenze si articolano su cinque pilastri fondamentali:
PIL Pro Capite: il rapporto 2 a 1
La misurazione più immediata del divario è il PIL calcolato per singolo abitante, che riflette direttamente il benessere economico e la produttività media della popolazione.
- Al Nord (Nord-Ovest e Nord-Est): Il PIL pro capite è stabilmente sopra la media nazionale ed europea, oscillando generalmente tra i 38.000 e i 45.000 euro (con picchi ancora più alti in Lombardia e nelle province autonome).
- Al Sud e Isole: Il PIL pro capite si attesta storicamente intorno ai 20.000 – 23.000 euro.
- Il divario: In termini reali, il PIL pro capite di un cittadino del Sud è pari a circa il 55-60% di quello di un cittadino del Nord. Di fatto, il Centro-Nord produce quasi i tre quarti del PIL nazionale complessivo.
Struttura del tessuto produttivo
La composizione del PIL evidenzia due modelli economici radicalmente diversi:
- Il Nord è il motore industriale: Il PIL settentrionale è trainato da una forte componente manifatturiera, dall’export, dalla meccatronica, dal settore chimico-farmaceutico e dai servizi avanzati alle imprese (finanza, fintech, ICT). È un’economia fortemente integrata nelle catene di valore globali, in particolare con la Germania e l’Europa centrale.
- Il Sud e l’economia dei servizi e della PA: Nel Mezzogiorno, il peso dell’industria in senso stretto sul PIL è molto più contenuto. La ricchezza è generata prevalentemente dal settore terziario (commercio, turismo, ristorazione), dall’agricoltura di qualità e, in modo significativo, dalla Pubblica Amministrazione e dai servizi pubblici, che hanno una funzione di ammortizzatore sociale e di sostegno al reddito più che di spinta propulsiva.
Mercato del lavoro e tassi di occupazione
Il PIL è il risultato della produttività e del numero di persone che lavorano. Le divergenze occupazionali spiegano gran parte del divario di ricchezza:
- Tasso di occupazione: Al Nord la percentuale di persone occupate (nella fascia 15-64 anni) supera ampiamente il 68-70%, in linea con i target europei. Al Sud, questa percentuale fatica a superare il 45-48%.
- Occupazione femminile e giovanile: Al Sud si registrano i tassi di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa. Meno persone lavorano, meno ricchezza complessiva viene prodotta dal territorio.
- Economia sommersa: Il PIL ufficiale del Sud risente anche di una quota significativamente più alta di economia irregolare o sommersa che, per definizione, sfugge in parte alle rilevazioni statistiche standard del PIL ufficiale.
Investimenti e Infrastrutture
La capacità di generare PIL nel medio-lungo termine dipende dagli investimenti in capitale fisso e immateriale.
- Infrastrutture logistiche: Il Nord beneficia di una rete autostradale, ferroviaria (alta velocità merci e passeggeri) e portuale interconnessa con il cuore dell’Europa, che riduce i costi di trasporto per le imprese.
- Ricerca e Sviluppo (R&S): Gli investimenti privati in innovazione tecnologica, digitalizzazione e brevetti sono fortemente concentrati nelle regioni settentrionali. Al Sud, la spesa in R&S è prevalentemente pubblica (università ed enti di ricerca) e sconta una minore capacità di trasferimento tecnologico verso il sistema produttivo locale.
Demografia e “Fuga di Capitale Umano”
Un fattore che sta condizionando pesantemente le traiettorie del PIL negli ultimi anni è la dinamica demografica. Il Sud sta subendo un doppio shock: la denatalità e la migrazione interna (e internazionale) di giovani qualificati e laureati verso il Nord o l’estero. Questo drena forza lavoro produttiva e riduce la domanda interna, creando un circolo vizioso che frena la crescita del PIL meridionale.
Un possibile percorso di convergenza?
Negli ultimi anni, l’attuazione dei progetti legati al PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), che ha destinato una quota vincolata del 40% delle risorse territoriali al Mezzogiorno, ha l’obiettivo strutturale di colmare parte di questo divario, specialmente sul fronte delle infrastrutture, della transizione digitale e dell’efficientamento energetico. Tuttavia, la riduzione della forbice del PIL richiede riforme strutturali profonde capaci di trasformare la maggiore spesa pubblica in capacità produttiva autonoma e duratura nel tempo.
La differenza tra il PIL del Nord e quello del Sud è macroeconomica, ma ha un impatto diretto sulla vita quotidiana: è la ragione principale per cui anche le tariffe professionali, i salari medi, il valore immobiliare e le opportunità di carriera seguono due velocità nettamente distinte all’interno dello stesso Paese.
Il divario anche nei redditi professionali
Il divario tra le parcelle dei liberi professionisti (avvocati, commercialisti, ingegneri, medici) tra il Nord e il Sud Italia è un fenomeno strutturale ed economico ben noto. Non dipende da una differenza di competenza o di valore dei singoli professionisti, ma da un insieme di fattori sistemici legati al tessuto economico, sociale e amministrativo del territorio.
Ecco i motivi principali che spiegano questa disparità:
Il tessuto economico e la capacità di spesa dei clienti
Il mercato delle professioni riflette direttamente lo stato dell’economia locale.
- Al Nord: Vi è un’altissima densità di piccole, medie e grandi imprese, multinazionali e un reddito pro capite mediamente più elevato. Le aziende e i privati hanno una capacità di spesa superiore e richiedono consulenze complesse (operazioni straordinarie, internazionalizzazione, M&A), per le quali sono disposti a pagare tariffe elevate.
- Al Sud: Il tessuto economico è prevalentemente composto da microimprese, ditte individuali o imprese familiari con margini di profitto ridotti. La capacità di spesa dei clienti sia business che privati è strutturalmente inferiore, e questo costringe i professionisti ad abbassare le tariffe per rimanere competitivi e accessibili.
Il costo della vita e l’organizzazione dello studio
La parcella di un professionista deve coprire i costi di gestione della propria attività e garantire un margine di guadagno in linea con il costo della vita locale.
- Costi fissi: Affitti degli uffici, utenze, stipendi dei dipendenti e servizi di supporto sono nettamente più alti a Milano, Torino o Bologna rispetto a Napoli, Bari o Palermo.
- Margine professionale: Per mantenere lo stesso tenore di vita, un professionista al Nord ha bisogno di entrate superiori rispetto a un collega del Sud, e questo si ribalta inevitabilmente sulla tariffazione oraria o per prestazione.
Tipologia e complessità della domanda
La natura stessa del lavoro richiesto varia sensibilmente:
- Nelle aree più industrializzate del Paese prevale una domanda di consulenza strategica ad alto valore aggiunto, dove il valore del rischio o dell’operazione è elevato e di conseguenza lo sono anche le parcelle.
- Nelle aree con un’economia più debole, la domanda si sposta spesso verso una consulenza “di adempimento” o di base (la gestione della contabilità standard, il contenzioso ordinario, la contrattualistica semplice). Questo tipo di prestazioni subisce una forte standardizzazione e, di conseguenza, una spietata concorrenza al ribasso sui prezzi.
Sovrappiù di offerta e concorrenza locale
In molte regioni del Mezzogiorno si registra, storicamente, un rapporto tra numero di professionisti iscritti agli albi e popolazione residente molto più alto rispetto al Nord: un esempio classico è l’alto numero di avvocati in alcune province meridionali.
Questa iper-concentrazione di offerta in mercati locali ristretti innesca una forte concorrenza sul prezzo, portando alla guerra dei prezzi e al ribasso delle parcelle pur di acquisire il cliente.
Il fenomeno della “fuga” dei grandi mandati
Molte grandi aziende, enti o privati facoltosi del Sud, quando devono affrontare questioni legali, societarie o fiscali di straordinaria importanza o complessità, tendono ancora a rivolgersi a grandi studi associati o boutique professionali con sede a Milano o Roma. Questo drena una fetta di mercato ad alto valore aggiunto dai territori meridionali, lasciando ai professionisti locali le pratiche ordinarie e meno remunerative.
In sintesi: Il divario non è qualitativo, ma ambientale. Il professionista al Sud si trova spesso a dover operare in un mercato con più concorrenza, clienti con minore liquidità e una domanda schiacciata sugli adempimenti ordinari, mentre il collega al Nord beneficia di un ecosistema industriale dinamico che valorizza ed è in grado di remunerare la consulenza specialistica.
Gli effetti sulla previdenza
È del tutto ovvio che ai redditi professionali si accompagna il gettito contributivo delle Casse Previdenziali; che registrano, al Sud rispetto alle regioni del Nord, un gettito contributivo ridotto ed anche una più elevata morosità nel versamento dei contributi.
Ciò produce, come conseguenza logica, prestazioni previdenziali di livello inferiore per i professionisti del Sud, perpetuando così la spirale di sottosviluppo dell’economia e dei consumi che affligge le regioni del Mezzogiorno.
La soluzione della questione meridionale
Il divario di sviluppo economico, sociale ed infrastrutturale tra il Nord e il Sud d’Italia risale storicamente al periodo immediatamente successivo all’Unità, datata 1861.
In realtà il divario esisteva già, e le tesi c.d. “revisioniste” di alcuni economisti di corrente neoborbonica sono, ad avviso di chi scrive, del tutto infondate. È infatti vero che il Regno delle due Sicilie prima dell’unità era dotato di enormi ricchezze monetarie: ma queste ricchezze erano concentrate nelle mani dei Reali e della nobiltà latifondista, mentre fra la popolazione regnava già a quei tempi un tasso di povertà e di analfabetismo molto più elevato rispetto a quella del nord Italia; pur tuttavia il divario si è certamente ampliato e consolidato durante l’età giolittiana, all’inizio del Novecento; quando la rivoluzione industriale ha trovato avvio nel triangolo Milano-Torino-Genova e lo Stato ha lasciato alle regioni del Sud un ruolo di mercato di consumo per i prodotti del Nord e di serbatoio di manodopera.
Certo, sorprende come in oltre centosessanta anni non si sia riusciti a colmare la misura del gap di sviluppo: basterebbe prendere ad esempio il divario esistente fra Germania occidentale e Germania orientale al momento della riunificazione avvenuta alla fine del 1989; il processo di convergenza fra le due Germanie ha fatto passi da gigante in soli trent’anni, pur persistendo alcune asimmetrie strutturali ancora significative. Ma i dati della UE forniscono segnali rassicuranti: le città dell’ex Germania Est – Lipsia, Dresda, Potsdam – sono diventate importanti poli attrattivi con grandi investimenti di Stato nei settori dei semi conduttori e della green economy; il divario del PIL prodotto si è ridotto al 20% rispetto alla Germania Occidentale, e la forbice tende a ridursi anno per anno; grandi infrastrutture viarie, ferroviarie, civili sono state portate a termine e la migrazione fra Lander della ex DDR e Lander della Germania Occidentale è in fortissima diminuzione; nei Lander della Germania Est la rete di asili nido e di servizi per l’infanzia produce un tasso di occupazione femminile ben più elevato rispetto ai Lander occidentali.
La lezione della Germania dovrebbe essere recepita anche da noi: in 160 anni non siamo riusciti a fare quello che in Germania è stato fato in 30.
