INPS verso il collasso?

Gli approfondimenti sulla previdenza di PAOLO LONGONI

Il dibattito sul bilancio dell’INPS e sul suo rapporto con la fiscalità generale è uno dei nodi più critici della politica economica italiana. I dati di bilancio (tra cui il rendiconto del 2025, che ha registrato un risultato economico d’esercizio positivo per circa 4,5 miliardi di euro e un saldo finanziario di competenza di 16 miliardi) offrono una doppia chiave di lettura.

Se da un lato i saldi d’esercizio complessivi beneficiano di un mercato del lavoro che ha toccato massimi storici di occupazione, dall’altro la sostenibilità strutturale del sistema nel medio-lungo termine resta legata a doppio filo ai trasferimenti dello Stato.

La distinzione cruciale: Previdenza / Assistenza

Per comprendere l’effettivo stato di salute dell’INPS, è indispensabile scindere le due macro-aree che compongono la sua spesa:

  • La Previdenza (pensioni IVS – Invalidità, Vecchiaia, Superstiti): È finanziata dai contributi previdenziali versati da lavoratori e imprese. Questa componente, se isolata, mostra una sostanziale tenuta. Il rapporto tra spesa previdenziale pura e PIL si attesta intorno all’11-12%, un livello assolutamente in linea con la media dei paesi europei.
  • L’Assistenza (gestita tramite la GIAS – Gestione degli Interventi Assistenziali): Comprende prestazioni scollegate dai contributi versati (Assegno di Inclusione, pensioni di invalidità civile, assegni sociali, maggiorazioni sociali e i vari bonus e sgravi contributivi temporanei). Questa voce è interamente finanziata dalla fiscalità generale (ovvero dalle tasse dei contribuenti, principalmente IRPEF).

Il paradosso del bilancio è ifine questo: se l’INPS erogasse unicamente prestazioni previdenziali a fronte dei contributi incassati, il suo bilancio strutturale sarebbe costantemente in attivo. La pressione finanziaria nasce dal fatto che lo Stato utilizza l’INPS come braccio operativo per attuare le politiche di welfare e contrasto alla povertà.

Il peso della fiscalità generale

I trasferimenti dello Stato all’INPS per coprire la spesa assistenziale e le decontribuzioni hanno raggiunto cifre imponenti, superando stabilmente i 180 miliardi di euro all’anno.

Nell’ultimo biennio si è assistito a una parziale ricomposizione:

  • Riduzione del costo di alcuni sgravi: La spesa per decontribuzioni (sgravi contributivi a carico dello Stato) ha registrato una contrazione (circa 15-18 miliardi in meno nel 2025 rispetto ai picchi precedenti), alleggerendo temporaneamente il carico di trasferimento per questa specifica voce.
  • Aumento della spesa sociale pura: Al contempo, continuano a crescere le prestazioni per l’inclusione sociale e le pensioni assistenziali (+1 miliardo solo per queste ultime nel consuntivo 2025).

Questa dinamica evidenzia come la spesa assistenziale stia crescendo a ritmi molto più rapidi rispetto a quella previdenziale. Di fatto, una fetta enorme delle entrate fiscali dello Stato derivanti in grandissima parte dal lavoro dipendente e assimilati viene drenata per colmare il deficit assistenziale dell’istituto.

I nodi strutturali e le prospettive future

L’attuale equilibrio presenta diverse criticità di natura macroeconomica e demografica:

  • La transizione demografica: Con una popolazione in costante invecchiamento e una denatalità marcata, il rapporto tra pensionati e lavoratori attivi (indice di dipendenza degli anziani) è destinato a peggiorare. Senza flussi migratori qualificati o un incremento strutturale del tasso di occupazione (soprattutto femminile e giovanile, aree in cui l’Italia sconta ampi gap rispetto alla media UE), il sistema contributivo puro farà fatica a compensare le uscite.
  • La mancata separazione contabile: Molti analisti e centri studi, come Itinerari Previdenziali, evidenziano che la mancata separazione netta tra previdenza e assistenza nel bilancio dello Stato penalizza l’immagine del sistema previdenziale italiano all’estero. Agli occhi delle istituzioni europee o delle agenzie di rating, la spesa pensionistica complessiva italiana appare ipertrofica (oltre il 16% del PIL) semplicemente perché include impropriamente miliardi di spesa assistenziale che altri Paesi imputano direttamente ad altri capitoli di spesa pubblica.
  • L’equità fiscale: Poiché l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale, e l’IRPEF grava per oltre l’80% sui redditi da lavoro dipendente e da pensione, si crea un circuito in cui le stesse categorie sostengono sia i propri contributi previdenziali sia, attraverso le tasse, il welfare destinato a chi non ha una storia contributiva sufficiente o versa in condizioni di fragilità.

In sintesi, il bilancio dell’INPS non è sull’orlo del collasso, come talvolta dipinto da toni allarmistici, ma la sua stabilità attuale è garantita da un imponente e continuo travaso di risorse dalle tasse dei contribuenti alle casse dell’istituto. La vera sfida dei prossimi anni non sarà tanto la sostenibilità delle pensioni calcolate con il metodo contributivo, quanto la sostenibilità economica e politica di un welfare assistenziale in costante espansione.

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