La privatizzazione delle Casse: un vantaggio o uno svantaggio per i professionisti?

Gli approfondimenti sulla previdenza di PAOLO LONGONI

La privatizzazione degli enti di previdenza dei liberi professionisti, avviata con il D.Lgs. 509/1994 e proseguita con il D.Lgs. 103/1996 per le nuove casse è stata ed è tuttora un’operazione dal bilancio profondamente chiaroscuro.

Se per lo Stato l’operazione è stata indubbiamente un successo, avendo rimosso dal proprio bilancio pubblico il rischio finanziario di questi enti, pur continuando a vigilarli, per le categorie professionali la risposta alla domanda “è convenuto?” non può essere univoca: dipende fortemente dalla specifica professione, dall’età anagrafica dell’iscritto e dalla stabilità demografica della singola cassa.

I Vantaggi della Privatizzazione

Per molti ordini professionali, l’autonomia gestionale ottenuta negli anni ’90 ha rappresentato una formidabile leva di autotutela ed efficienza.

  • Autonomia normativa e flessibilità: Le Casse private possono deliberare i propri regolamenti interni previo benestare dei Ministeri vigilanti. Hanno la facoltà di calibrare le aliquote contributive, i requisiti di pensionamento e i coefficienti in base alle reali esigenze e alla demografia della categoria, senza subire passivamente le riforme da taglio lineare che hanno colpito la previdenza pubblica, come la c.d. riforma Fornero.
  • Welfare integrativo “su misura”: Non dovendo finanziare l’assistenza universale o il contrasto alla povertà generale come fa l’INPS tramite la fiscalità, le Casse hanno potuto sviluppare solidi pilastri di welfare categoriale. Oggi offrono indennità di maternità superiori a quelle pubbliche, coperture sanitarie integrative, sussidi per la non autosufficienza, borse di studio e bandi per l’avviamento della professione dei giovani.
  • Efficienza gestionale e patrimoniale: Libere dai vincoli di gestione burocratica pubblica, molte Casse hanno accumulato patrimoni mobiliari e immobiliari cospicui. Questi investimenti, se ben gestiti, generano rendimenti che concorrono direttamente a garantire la sostenibilità di lungo termine delle prestazioni, riducendo la dipendenza dai soli contributi degli attivi.
  • Migliore rapporto iscritti/pensionati (all’inizio): Negli anni ’90 e 2000, molte professioni ordinistiche vivevano una fase di fortissima espansione numerica. Gestire autonomamente questi flussi di contributi in entrata, anziché “regalarli” al calderone indistinto dell’INPS, ha permesso di mantenere per anni trattamenti di favore e riserve patrimoniali eccellenti.

Gli Svantaggi e i Rischi Strutturali

Accanto ai punti di forza, la privatizzazione ha introdotto asimmetrie e vulnerabilità strutturali pesantissime che oggi ricadono interamente sulle spalle degli iscritti.

Il passaggio forzato al sistema contributivo

La 509 ha previsto fin da subito che le Casse garantissero la sostenibilità finanziaria a 30 anni, poi estesa a 50 anni con la manovra c.d. Salva-Italia del 2011. Per raggiungere questo obiettivo blindato, quasi tutte le Casse hanno dovuto abbandonare i generosi sistemi di calcolo retributivi o reddituali per passare al metodo contributivo o a sistemi misti in parte penalizzanti.

Il risultato: Per i giovani professionisti, i tassi di sostituzione (il rapporto tra l’ultimo reddito e la pensione) si sono drasticamente abbassati. Chi va in pensione oggi con il contributivo puro rischia di percepire assegni molto modesti a fronte di una vita di versamenti.

La morsa fiscale dello Stato

Nonostante la natura formalmente privata che inibisce alle Casse qualsiasi tipo di salvataggio o finanziamento pubblico diretto, lo Stato italiano riserva alle Casse un trattamento fiscale penalizzante:

La tassazione dei rendimenti al 26%: Lo Stato tassa i rendimenti degli investimenti delle Casse di previdenza professionali al 26% (l’aliquota delle rendite finanziarie speculative), a differenza dei fondi pensione complementari che godono dell’aliquota agevolata al 20%. Questo drena ogni anno miliardi di euro che potrebbero essere destinati a rivalutare i montanti contributivi degli iscritti.

La doppia imposizione: I contributi soggettivi vengono pagati dai professionisti sul reddito netto, ma i rendimenti accumulati subiscono la tassazione al 26% prima che la pensione finale venga nuovamente tassata con l’aliquota IRPEF ordinaria al momento dell’erogazione.

La trappola demografica e il rischio settoriale

Mentre l’INPS compensa il calo demografico attingendo alla fiscalità generale dello Stato, le Casse professionali devono fare da sole. Se una categoria professionale entra in crisi sistemica a causa di calo delle iscrizioni, calo dei redditi medi, invecchiamento della platea, la Cassa rischia il collasso.

Un esempio concreto: Il clamoroso precedente dell’INPGI 1 (la cassa dei giornalisti dipendenti), travolta dalla crisi strutturale dell’editoria e costretta a confluire nell’INPS nel 2022 per evitare il default delle prestazioni.

Altre casse professionali caratterizzate da redditi medi stagnanti o decrescenti e da un forte invecchiamento della base iscritti faticano a garantire l’equilibrio dei bilanci tecnici a 50 anni senza ricorrere a continui aumenti delle aliquote contributive a carico dei giovani.

L’ambiguità giuridica e l’assoggettamento alla “Spending Review”

Le Casse vivono in un limbo kafkiano: sono “persone giuridiche private” quando si tratta di assumersi i rischi e pagare le tasse, ma vengono considerate “enti pubblici” dall’ISTAT, inserite nel conto economico consolidato della Pubblica Amministrazione. Questo le ha costrette per anni a subire i vincoli di contenimento della spesa pubblica (spending review), i limiti sulle assunzioni e gli obblighi di tesoreria unica, limitando di fatto la loro reale autonomia gestionale.

Sintesi: A chi è convenuta davvero?

È convenuta certamente alle “Casse forti”: Professioni con redditi medi tradizionalmente elevati e un rapporto attivi/pensionati ancora solido hanno potuto difendere la propria autonomia, offrendo un buon welfare e mantenendo, almeno per ora, una discreta solidità finanziaria.

Non è convenuta alle “Casse deboli”, ma soprattutto ai giovani iscritti di tutte le Casse: Nelle categorie caratterizzate da forte precarizzazione, redditi d’ingresso molto bassi o forte contrazione degli iscritti, la privatizzazione rischia di tradursi in un boomerang. I giovani professionisti pagano contributi pesanti spesso con aliquote tra il 15 ed il 20% per finanziare le pensioni calcolate con i vecchi metodi generosi dei colleghi più anziani, con la prospettiva di ricevere in futuro una pensione calcolata col contributivo puro dal valore reale modesto.

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