L’evoluzione storica dei diritti delle donne in Italia

di Stefano Verza*

Questo articolo è il primo di una serie di tre, che copriranno l’aspetto della violenza di genere nei luoghi di lavoro. Mi è sembrato importante partire da un breve excursus storico, poiché l’evoluzione dei diritti delle donne in Italia è un percorso complesso e tutt’altro che lineare e, peraltro con ancora molte tappe da raggiungere. Ma, soprattutto, le principali svolte possono essere considerate recentissime. E questo è un aspetto primario da tenere bene in considerazione, perché a mio avviso i primi eventi risalgono solo a ottant’anni fa.

Infatti, se escludiamo che fino all’Ottocento le donne vivevano in una condizione di forte subordinazione: poche potevano studiare, nessuna votare, e la legge le considerava dipendenti dal padre o dal marito. Il primo grande cambiamento arriva con l’Unità d’Italia, quando si apre lentamente l’accesso all’istruzione, ma solo nel Novecento si vedono progressi significativi.

Forse il vero momento di svolta è il secondo dopoguerra. Nel 1946 le donne votano per la prima volta e partecipano alla nascita della Repubblica, ma appunto parliamo solo di ottant’anni fa. Poi altro momento focale è il 1948: la Costituzione sancisce l’uguaglianza tra uomini e donne, ma è puramente formale, la realtà resta ancora lontana da questo principio. Negli anni Sessanta e Settanta, arrivano conquiste decisive: la riforma del diritto di famiglia (1975), che elimina la figura del “capofamiglia”, il divorzio (1970) e l’interruzione volontaria di gravidanza (1978), che sostanzialmente riconoscono autonomia e libertà decisionale. Ma qui stiamo parlando solo di circa di quarant’anni fa.

Assistiamo a ulteriori momenti evolutivi negli anni Novanta e Duemila, quando si consolidano nuove tutele: leggi contro la violenza sessuale (1996), contro lo stalking (2009), contro la violenza domestica e il femminicidio (2013).

Nonostante ciò, l’Italia, tuttora, resta un paese con un forte divario di genere: poche donne lavorano, pochissime arrivano ai vertici politici ed economici. La storia dei diritti femminili è dunque un percorso di conquiste importanti, ma ancora incompiute.

Incompiute, poiché dal mio punto di vista, che potrebbe magari essere letto come una provocazione, occorre allargare il discorso andando oltre il concetto di società patriarcale, sino alle sue, chiamiamole così, conseguenze.

La società patriarcale è un modello culturale in cui il potere è concentrato nelle mani degli uomini: sono loro a prendere decisioni, gestire la vita pubblica e controllare le risorse. Ed è proprio in questo contesto che si sviluppano due fenomeni distinti: maschilismo e misoginia.

Il maschilismo è l’idea che gli uomini siano naturalmente superiori alle donne e che debbano quindi occupare ruoli di comando. Non sempre si manifesta con violenza: spesso si traduce in ruoli rigidi, aspettative sociali e limitazioni culturali. In molte società maschiliste le donne possono studiare o lavorare, ma difficilmente accedono ai vertici. L’Italia, per esempio, garantisce salute e istruzione alle donne, ma mantiene un forte divario nell’occupazione e nella leadership.

La misoginia è invece un livello più estremo: non solo assegna ruoli inferiori, ma esprime un’avversione esplicita verso le donne. In alcune culture la misoginia è codificata nella legge: divieti di studio, restrizioni alla libertà di movimento, punizioni severe per comportamenti considerati “disonorevoli”. In alcuni paesi ci sono forme di misoginia istituzionalizzata, dove le donne non possono accedere all’istruzione superiore e rischiano pene gravissime per l’adulterio.

E allora, a conclusione, comprendere la differenza tra maschilismo e misoginia è essenziale per analizzare le disuguaglianze: il primo limita, il secondo punisce. E in paesi culturalmente più evoluti, “le punizioni” possono assumere varie forme, anche sofisticate, che non necessariamente sono immediatamente percepibili.

*Psicologo

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