Rubrica “PARI E DIS-PARI”
di MICHELA BENNA*
La Corte di Cassazione (ordinanza n. 20063/2026) è intervenuta sul regime IVA applicabile alle lezioni di nuoto svolte da una società sportiva dilettantistica, fornendo un’interpretazione destinata a incidere sul perimetro delle attività esenti.
“Secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’UE, in particolare la sentenza C-373/19 del 2021. Secondo i giudici europei l’insegnamento del nuoto non rientra nella nozione di ‘insegnamento scolastico o universitario’ prevista dalla direttiva IVA, trattandosi di un’attività specialistica e settoriale, distinta dal sistema educativo in senso proprio”.
Pertanto, tali corsi non possono beneficiare dell’esenzione riservata alle attività didattiche in senso ampio, pur riconoscendone la finalità di interesse pubblico.
Secondo la Corte, non conta né il riconoscimento delle federazioni sportive né la qualifica formale di attività didattica, se non rientrano nella definizione europea di insegnamento scolastico o universitario.
La Cassazione ha escluso che si possa applicare la norma più recente sullo sport dilettantistico (art. 36-bis del DL 75/2023).
In ogni caso, queste regole vanno lette secondo il diritto dell’Unione europea, che stabilisce in modo indipendente quando è possibile riconoscere un’esenzione IVA.
Davvero singolare che questa pronuncia arrivi in un periodo in cui il nuoto è praticato sempre più diffusamente, anche grazie alla possibilità di allenarsi all’aria aperta e in mare. È una disciplina che oggi viene indicata dalla medicina come una delle attività più complete per la tutela della salute fisica e mentale, pienamente in linea con quel concetto di wellness che tanto spazio occupa nel dibattito contemporaneo. Ma il nuoto è molto di più: è educazione, disciplina, inclusione, relazione sociale e crescita culturale.
C’è stato un tempo in cui lo sport era parte integrante del percorso scolastico e il nuoto rappresentava una delle attività educative per eccellenza. Oggi i luoghi sono cambiati, ma la sua funzione formativa è rimasta immutata.
Il nuoto insegna il rispetto delle regole, la costanza, la gestione della fatica, la capacità di misurarsi con i propri limiti. È una scuola di autonomia prima ancora che uno sport. Per un bambino significa imparare a conoscere il proprio corpo; per un adulto significa spesso ritrovare un equilibrio che il ritmo quotidiano tende a sottrarre.
I suoi benefici sono ormai riconosciuti dalla comunità scientifica. Contribuisce alla prevenzione delle patologie cardiovascolari, favorisce il controllo della pressione arteriosa, migliora il sonno, riduce ansia e stress, sostiene il tono dell’umore e rafforza memoria e capacità cognitive. Per molte persone rappresenta una vera forma di medicina preventiva, tanto efficace quanto naturale.
E ogni allenamento racconta qualcosa di più di una semplice attività fisica.
Può ricordare una lezione di economia: si pianificano obiettivi, si distribuiscono le energie, si alternano investimento e recupero, proprio come avviene nella gestione delle risorse. Può sembrare una lezione di farmacologia, dove intensità, tempi e ripetizioni diventano un dosaggio calibrato capace di produrre effetti sull’organismo. È anche filosofia, perché insegna il valore della pazienza e del limite; è letteratura, perché il rapporto tra l’essere umano e l’acqua accompagna la storia della nostra cultura.
L’acqua è il nostro elemento originario. Il corpo umano è composto in larga parte da acqua e, forse anche per questo, ogni immersione restituisce una sensazione di appartenenza difficile da spiegare razionalmente. Si entra in vasca con i pensieri della giornata e spesso se ne esce con una mente più leggera. E il cuore che urla di gioia.
Sandro Penna lo descrive con la semplicità che appartiene ai grandi poeti:
Il mare è tutto azzurro. Il mare è tutto calmo. Nel cuore è quasi un urlo di gioia. E tutto è calmo.
la nozione europea di “attività di interesse pubblico” è rimasta ancorata a un modello culturale di cinquant’anni fa, mentre oggi la salute non si tutela solo negli ospedali e l’educazione non si realizza solo nelle aule scolastiche.
Negli anni in cui è stata costruita la disciplina IVA europea (le prime direttive degli anni ’60 e ’70 e poi la sistematizzazione confluita nell’attuale direttiva), il nuoto era normalmente inserito nell’educazione fisica scolastica. Non era percepito come un’attività specialistica separata dalla formazione della persona, ma come parte dell’educazione pubblica. Oggi, invece, poiché l’insegnamento del nuoto è stato progressivamente esternalizzato a società sportive e associazioni, la Corte finisce per considerarlo un’attività “specialistica”, separandolo dall’istruzione.
L’impressione è quella di un arretramento culturale più che giuridico. Oggi, mentre medicina, neuroscienze e psicologia attribuiscono a questa disciplina un valore ancora più rilevante per la salute e per la formazione della persona, il diritto europeo la considera un’attività specialistica distinta dall’insegnamento. È un’evoluzione che lascia perplessi: non perché la Corte abbia applicato male la norma, ma perché la categoria giuridica sembra non aver seguito l’evoluzione della società.
“Zitto e nuota, nuota e nuota”, ripete Dory a Nemo quando tutto sembra perduto.
Forse la Corte di giustizia non lo considererebbe insegnamento scolastico. Eppure milioni di persone, entrando in acqua, imparano disciplina, rispetto, equilibrio, fiducia e coraggio.
Beh, care lettrici e cari lettori confesso che la tentazione di vedere questa questione nuovamente sottoposta all’attenzione dei giudici europei è forte per chiedersi se il concetto di ‘insegnamento’ non meriti oggi una lettura più aderente alla realtà sociale, ma anche quello di cura e salute.
* Consigliera d’Amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili
