«Un primo punto politico a fine marzo, per poi arrivare a settembre con una proposta concreta». È stata ieri la stessa ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, a ribadire la tabella di marcia che dovrà portare al nuovo piano previdenziale per evitare il rischio-scalone tra il 2021 e il 2022 collegato al termine della sperimentazione delle nuove pensioni anticipate volute dal governo MgS – Lega. Ma non sarà facile trovare una quadratura del cerchio tra le posizioni di Governo, sindacati e all’interno della stessa maggioranza su tempi, contenuti e, soprattutto, risorse da impiegare. I ministeri dell’Economia e del Lavoro fin qui non hanno fornito cifre. E prima della presentazione del Def, attesa per il io aprile, non dovrebbero arrivare indicazioni. Ma a via XX settembre si punta a un intervento dai costi inferiori agli stanziamenti decisi a suo tempo per Quota 100 e le altre misure varate con la manovra 2019 e il decreto n. 4 dello scorso anno: quasi 4 miliardi nel 2019,8,4 nel 2020 e circa 8,7 miliardi nel 2021 mantenendo l’asticella sopra gli 8 miliardi anche negli anni successivi. Se dovesse passare la linea dei tecnici del Mef, non vista però di buon occhio da una parte della maggioranza e dai sindacati, la dote di partenza per la nuova flessibilità in uscita potrebbe essere quantificata in 3-6 miliardi l’anno. Trattandosi di un intervento strutturale, rispetto alla legge Fornero ci sarebbe comunque un aumento della spesa pensionistica, anche se più contenuto di quello che scatterebbe con una eventuale proroga della misura varata dall’esecutivo “giallo-verde”, peraltro non all’ordine del giorno. Una partita nella partita è poi quella dell’uso dei risparmi che saranno eventualmente realizzati nei prossimi mesi nel caso di una minor spesa per Quota 100, già registratalo scorso anno. Risparmi che, secondo i sindacati, sono stati quantificati dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, in 1,5 miliardi nel 2019, di 2,2 miliardi per il 2020 e più meno dello stesso valore anche per il 2021. In tutto si tratterebbe di circa 6 miliardi. Che a parere del sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta (Pd), dovrebbero essere utilizzati in toto per i nuovi interventi previdenziali. Per Baretta, infatti, tutto ciò che si risparmia rispetto a Quota 100 «deve andare alle pensioni» come tutto quello che si ottiene e dalla lotta all’evasione fiscale deve essere convogliato sulla riforma dell’Irpef, che non potrà non coinvolgere anche i pensionati. Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda sembra essere la ministra Catalfo, mentre nella maggioranza c’è chi come Italia Viva punta a destinare alla riduzione della pressione fiscale almeno parte della minor spesa per Quota 100 con tanto di stop anticipato. Una soluzione, quest’ultima, bocciata dai Cinque stelle. Secondo Baretta, che è intervenuto ieri alla presentazione del rapporto di Itinerari previdenziali insieme alla vicepresidente della Camera, Mara Carfagna (Fi), «la partenza della riforma deve essere simultanea alla chiusura della sperimentazione» di Quota 100. Dal 1° gennaio 2022, pertanto, le nuove regole dovranno sostituire quelle attuali, che scadono il 31 dicembre 2021, senza sovrapposizioni o “vuoti”. La riforma potrebbe scattare prima solo con uno stop anticipato di Quota 100. E Baretta, seppure a titolo personale, ha detto che questa ipotesi non va esclusa. Il principale scoglio da superare resta insomma quello delle risorse disponibili. Con i sindacati che non appaiono disposti ad arretrare: «Il confronto in atto tra governo e sindacati deve portare alla definizione di una flessibilità più diffusa di accesso alla pensione intorno a 62 anni», afferma dalla Uil Domenico Proietti. Che aggiunge: «Per conseguire questo obiettivo, insieme a tutti gli altri contenuti nella piattaforma sul capitolo previdenza, il governo deve postare risorse significativamente maggiori dei risparmi ottenuti con quota 100».

FONTEIl Sole 24 Ore
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