La riforma della previdenza integrativa risale al 2007, ma in questo arco di tempo sono stati compiuti numero . si piccoli aggiustamenti. L’ultimo risale a poco tempo fa ed è opera della Covip, l’autorità di vigilanza sui fondi pensione, che ha predisposto le linee guida per il recepimento della direttiva europea Iorp II che regola, a livello comunitario, il funzionamento di questa tipologia di strumenti finanziari. La direttiva Ue introduce nuovi obblighi in materia di governance e trasparenza, oltre a una maggiore attenzione ai criteri Esg, ovvero quelli che definiscono gli investimenti sostenibili. La riforma del Tfr varata 17 anni fa, che prevede diversi incentivi per il lavoratore se decide di conferire il Tfr a un fondo pensione invece che lasciarlo in azienda, non è però stata ad oggi in grado di favorire un forte sviluppo del secondo e terzo pilastro, come dimostrano gli alti tassi di riscatti e l’elevato numero di iscritti “non versanti”.

L’anno del coronavirus
Questi ultimi sono coloro che han no una posizione aperta e che hanno smesso di versare le quote. Una situazione certo aggravata dalla crisi economica scatenata dal Covid-19, ma che era già ben presente anche prima. Per rendersi conto di ciò, è sufficiente leggere quanto contenuto nell’ultimo rapporto della Covip, secondo il quale gli iscritti che nel corso del 2019 non hanno versato contributi sono stati 2,068 milioni, pari al 26% del totale. Tre anni prima, nel 2016, la loro percentuale era di quattro punti percentuali più bassa (22%). I dati relativi alla prima metà del 2020 non sono ancora disponibili, ma è lecito ipotizzare che il problema si sia ulteriormente aggravato. La situazione è ovviamente più seria nei fondi aperti (37,7%) e nei Pip (32,3%), per il fatto che la contribuzione è interamente volontaria. Va comunque rilevato che, anche nei fondi negoziali, la quota dei “non versanti” è piuttosto elevata (19,9% degli iscritti), tra l’altro in forte crescita rispetto all’I 1,7% del 2016. Una così forte accelerazione «è direttamente correlata alla diffusione del meccanismo di adesione contrattuale: sul totale di 615.000, i non versanti con adesione contrattuale sono 39S.OOO», si legge nel rapporto Co vip. Cosa si rischia L’interruzione del versamento delle quote ha come conseguenza diretta una riduzione del capitale accumulato (il cosiddetto “montante finale”), che a sua volta comporterà una riduzione della rendita una volta che si sarà raggiunta la pensione. Molto indicativamente, per ogni mille euro di mancati versamenti si dovrà rinunciare a circa 3-4 euro al mese di rendita. Nulla vieta, però, dopo un periodo di stop, anche lungo, di riprendere a versare. Questi prodotti, infatti, non hanno alcun tipo di vincolo, per cui un lavoratore è libero di riprendere a versare nel fondo dopo un periodo di pausa. «Il fattore congiunturale gioca sicuramente un ruolo importante nel problema dei non versanti, ma non è l’unico – spiega Giuseppe Romano, direttore dell’ufficio della società di consulenza finanziaria indipendente Consultique – Non bisogna infatti sottovalutare l’aspetto fiscale. Nel momento in cui vengono meno i benefici fiscali, terminano i contributi, un problema che i! legislatore dovrebbe affrontare. L’altro nodo da risolvere è quello della tassazione: chi ha aderito a un fondo pensionistico per trent’anni non dovrebbe pagare neanche il 9%». Secondo Romano c’è poi un aspetto di educazione finanziaria del cittadino: «II fatto che molti vogliano prendere quanto accumulato sotto forma di capitale, la dice lunga su come venga ancora intesa in Italia la previdenza integrativa», spiega l’esperto. L’altro grandissimo problema è che l’età media di chi versa è molto alta, mentre dovrebbero essere soprattutto i giovani a pensare a l’integrazione della propria pensione. «Il giovane spesso non ha ne il beneficio fiscale, ne la consapevolezza dell’importanza della pensione integrativa – conclude Romano – Il governo deve trovare il modo di intervenire su questo aspetto». Pena la riuscita a metà della previdenza integrativa.