“Se il debito pubblico è sostenibile lo è sicuramente anche il bilancio dell’Inps”. Tito Boeri, ex presidente dell’Istituto pensionistico, ritiene «fuorviante» guardare solo alla passività dell’ente che ha guidato dal 2014 al 2019. «Non significa nulla, perché molte delle spese vengono poi coperte dai trasferimenti dello Stato» ed è sempre possibile fare operazioni per appianare le perdite. Con la crisi innescata dal Covid «abbiamo avuto uno choc economico terribile, con una riduzione molto forte dei contributi che ha portato a questa situazione», evidenzia Boeri. Il debito pubblico non sembra però godere di ottima salute visto che veleggia verso il 160%: «È vero, ed è per questo che dobbiamo usare bene i fondi europei per tornare a crescere e abbattere così il rapporto tra debito e Pii», sottolinea. Certo, aggiunge l’economista della Bocconi, «ha fatto malissimo ai conti previdenziali una misura come Quota 100». Insomma, il buco nei conti dell’Inps non è indicatore di squilibrio del sistema. In un paper dell’Ufficio parlamentare di Bilancio si legge che «l’equilibrio finanziario deUa previdenza va, infatti, inteso in senso prospettico, garantendo che il valore attuale della spesa futura per pensioni, calcolato su un arco di tempo sufficientemente lungo, non superi quello delle entrate contributive. Entrambe le grandezze sono soggette a variabili demografiche e macroeconomiche oltre che alle regole di funzionamento del sistema». Secondo l’Upb «la spesa futura per pensioni dipende dal numero di anziani pensionati e dall’ammontare deU’assegno medio, mentre le entrate contributive dall’aliquota contributiva, dalla dimensione della popolazione in età lavorativa, dal tasso di occupazione e dal reddito medio degli occupati». Il rapporto tra lavoratori e pensionati è sceso all’1,25, un numero che l’ex ministro del Lavoro del governo Prodi, Cesare Damiano, invita a guardare con attenzione. «Bisognerà osservare il trend, perché se quando io ho cominciato a lavorare eravamo 3 lavoratori e un pensionato, ora siamo a 1,25. La domanda è: nel 2050 quale sarà il rapporto?». Secondo Damiano, se dopo il virus «non ci sarà una crescita del Pii le strutture di welfare potrebbero avere dei problemi di sostenibilità nel medio-lungo periodo». Si pone quindi per i governi il tema di ripensare le politiche sociali: «Io sono per una alleanza strategica tra pubblico e privato, sono un sostenitore accanito dei fondi contrattuali sia per le pensioni che per la sanità», dice Damiano. Che vuole comunque fugare l’impressione di un bilancio dell’Inps fragile. «Co me ha certificato la Corte dei conti – ricorda – le riforme che sono state fatte nel 2004,2007, 2010 fino alla Fornero nel 2012, consentiranno un risparmio previdenziale al 2050 di 60 punti di Pii, vale a dire 900 miliardi di euro in meno di pensioni da erogare, una cifra colossale. Quota 100 dunque ha avuto un’incidenza limitata a fronte di questa montagna di denaro». È evidente che la pandemia avrà delle ripercussioni sotto il profilo economico e sociale che oggi non si possono quantificare. Come Boeri anche Damiano pensa però che l’aggravio di bilancio dell’Inps «sia un falso problema, questo è un tempo nel quale i paradigmi che hanno governato fin qui l’economia saranno completamente riscritti. Stiamo passando dal rigorismo cieco che ha tagliato la sanità e il welfare, rendendo più debole il Paese, a una fase in cui gli investimenti prevarranno sulla quadratura dei conti. È perciò un problema relativo, oggi non ci preoccupiamo se abbiamo un debito al 160%, cosa che prima della pandemia sarebbe stato come bestemmiare in chiesa».