Anche i professionisti piangono. Dal 2007 ad oggi i redditi medi di avvocati, architetti, ingegneri, biologi e di tante altre categorie iscritte a un albo hanno fatto un brusco passo indietro. A volte anche notevole. II reddito medio dichiarato alla propria cassa di previdenza dagli avvocati è sceso dai 49 mila euro del 2007 ai 36 mila del 2014: mancano i dati del 2015-2016 ma il trend è stato lo stesso. I geometri sono passati da 22 mila euro del 2007 a 19 mila nei 2016. I ragionieri da 56 a 50 mila. I biologi da 23 mila a 16.500. Gli infermieri da 34 a 32 mila, nonostante l’esplosione della richiesta di questa figura professionale in questi ultimi anni. I consulenti del lavoro sono scesi da 46 mila a 36.500. Architetti e ingegneri che svolgono la libera professione sono stati fra i più colpiti, passando da una media annuale di 32.500 euro a 24 mila. Ma questi sono redditi nominali: «Se si considera l’inflazione – dice Filippo Petroni, docente all’Università di Cagliari e capo ufficio studi dell’Adepp, l’associazione degli enti di previdenza privati – la perdita media è superiore al 15 per cento». È vero che per i liberi professionisti c’è il dubbio che non tutto il reddito venga “mostrato” al fisco e dunque alla propria cassa di previdenza, ma anche facendo questa considerazione, i redditi sono effettivamente scesi. È la prima volta nel dopoguerra che una crisi colpisce in maniera cosa significativa anche il mondo delle professioni. C’è naturalmente qualche eccezione: ad esempio i dottori commercialisti hanno visto crescere i loro redditi da 57 a 61 mila euro. I medici (ma si tratta soltanto di quelli che svolgono la libera professione) sono forse la categoria che ha avuto i maggiori benefici, con un reddito medio passato da 38 mila a 47.500 euro: la spiegazione è da trovare nel fatto che i ticket sulle visite sono saliti tanto da rendere spesso conveniente per i pazienti rivolgersi privatamente ai medici. Anche i veterinari – che insieme ai biologi sono un po’ la Cenerentola fra gli iscritti agli albi, con redditi medi estremamente bassi – hanno guadagnato qualcosa di più in questi anni, passando da 15 mila a 16 mila euro. Chi non se la passa male davvero sono i notai, che del resto sono stati sempre al top tra le professioni: la quota di reddito del cosiddetto “repertorio” – e che corrisponde alla quota massima su cui si pagano i contributi – è stato di 150 mila euro, in risalita rispetto ai 139 mila del 2008 (ma durante il boom del mattone, nel 2006, si era a 177 mila euro). Di fronte a questi dati, si potrebbe pensare che le casse professionali abbiano perso contributi in questi dieci anni e che quindi abbiano difficoltà a pagare le relative prestazioni pensionistiche. Invece non è così. In tanto, proprio per le difficoltà via via incontrate, sono diminuiti coloro che sono andati in pensione. In secondo luogo, molte casse hanno avviato per tempo una riforma della contribuzione, aumentando le aliquote. Alcune casse hanno introdotto dei minimi contributivi che hanno obbligato anche i professionisti che dichiarano redditi pressoché inesistenti a effettuare i versamenti. II complesso di questi interventi ha prodotto una crescita dei contributi. Ad esempio, l’Enpap, la cassa degli psicologi, è passata quanto a entrate contributive da 8,3 a 20,6 milioni. Come conseguenza, il saldo contributi/prestazioni è schizzato in alto per quasi tutte le categorie e nessun ente di previdenza mostra sofferenze da questo punto di vista. L’unica eccezione è l’Inpgi, la cassa dei giornalisti, che per effetto anche dell’epocale crisi della stampa e del conseguente aumento dei pensionati, sta fronteggiando deficit crescenti, arrivati nel 2016 a 136 milioni. Concorre alla generale diminuzione del redditi la progressiva femminilizzazione del settore. «Le donne che entrano nel mondo dei professionisti – dice il professor Petroni – come in tante altre categorie vengono retribuite di meno». La percentuale di donne è massima fra gli psicologi (82 per cento), fra i biologi (70 per cento) e tra gli infermieri (69 per cento). Ma anche fra gli avvocati le donne sono ormai la metà della categoria. E invece minima tra i periti industriali (2 per cento), i geometri (11 per cento) e i commercialisti (31 per cento).

FONTELa Repubblica Affari & Finanza
CONDIVIDI