Una maggiore attenzione delle aziende quotate verso l’azionariato “attivo” e una crescente presa di coscienza da parte delle casse professionali sulle possibilità di orientare le scelte delle società delle quali detengono quote di capitali verso obiettivi non solo finanziari, ma inerenti l’economia reale. È l’invito che arriva dal Consiglio nazionale dei commercialisti, che nei giorni scorsi ha organizzato un convegno sul tema. «L’opportunità di innovare è data dalla direttiva nota come Shareholder rights (la 2017/828, ndr), che presumibilmente verrà recepita nel nostro Paese a metà del prossimo anno», spiega il segretario nazionale della categoria Achille Coppola. Il riferimento è alla normativa europea che nasce con l’obiettivo di favorire una maggiore partecipazione dei piccoli azionisti e degli investitori istituzionali alle decisioni assunte in seno alle quotate, nonché più trasparenza nella redazione dei documenti di carattere economico-finanziario. «Tra le altre cose, la direttiva sancisce il diritto degli azionisti ad approvare le politiche di remunerazione degli amministratori, il che dovrebbe limitare i super-stipendi ai manager di società che non navigano nell’oro, come tante volte purtroppo si è visto negli ultimi tempi», aggiunge Coppola. Che ricorda come la misura comunitaria inviti gli Stati ad agevolare la presenza dei risparmiatori e delle casse di previdenza attraverso gli strumenti del voto elettronico. «Oggi sono pochissime le aziende italiane che offrono questo strumento di democrazia. È uni opportunità che andrebbe sfruttata maggiormente per indirizzare le scelte delle aziende secondo una crescita sostenibile nel tempo e orientata a centrare traguardi di economia reale. Tim è una di queste, eppure all’ultima assemblea tra le categorie professionali era presente solo Cassa Forense con il suo 0,24% del capitale, mentre i fondi – che solitamente hanno un’ottica più finanziaria – erano rappresentati da Assogestioni con una quota del 24%». Secondo Coppola, i commercialisti possono svolgere un ruolo centrale alla luce dell’evoluzione normativa «con la possibilità di essere nominati con maggiore frequenza rispetto a oggi amministratori indipendenti o componenti dell’organo di controllo delle quotate, così come possiamo essere al fianco degli investitori aiutandoli, con dati e indicazioni, nell’esercizio consapevole del voto». Il Cndcec fa riferimento soprattutto alle public company, società nelle quali la componente retail complessivamente considerata ha una quota rilevante del capitale, ma con partecipazioni parcellizzate tra migliaia di azionisti. «In questi casi i piccoli investitori possono essere supportati dalla rete dei commercialisti italiani, presente su tutto il territorio nazionale», conclude.

FONTELa Repubblica Affari & Finanza
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