La «spending review» è incostituzionale, ma (soltanto) per la Cassa dottori commercialisti. E non per ciascuno degli Enti previdenziali privati, che pure avevano tagliato le loro spese per versarne i proventi all’Erario (pari a complessivi 78 milioni di euro dal 2012 al 2019), perché la sentenza 7/2017 della Consulta che aveva stabilito l’illegittimità del prelievo «non riguarderebbe la totalità» degli Istituti pensionistici dei professionisti. È la «doccia fredda» piovuta dal ministero dell’Economia sulla Cassa forense, che aveva iscritto (nel bilancio consuntivo 2019) tra i crediti nei confronti dello Stato oltre 1 milione e 68.000 euro, la cifra, cioè, che l’Ente degli avvocati mirava ad ottenere, trattandosi di quanto corrisposto negli anni 2012-2013, in virtù della legge sulla revisione della spesa pubblica (135/2012), il cui articolo 8, comma 3 era stato dichiarato «parzialmente illegittimo» dai giudici costituzionali nel 2017; tuttavia, in base alle informazioni arrivate a ItaliaOggi, all’approvazione del bilancio il dicastero del Lavoro ha richiamato una nota di via XX settembre, firmata dal Ragioniere generale dello Stato, nella quale si indica come la Corte abbia «pronunciato la declaratoria di incostituzionalità» nella parte dell’articolo 3 «in cui si impone che le somme derivanti dalle riduzioni di spesa ivi previste siano versate dalla Cassa di previdenza dei dottori commercialisti ad apposito capitolo del bilancio dello Stato».Pertanto, va avanti la missiva, considerato il «tenore letterale del dispositivo, non può non sottolinearsi come» la Consulta abbia «espressamente limitato l’incostituzionalità della norma nei soli riguardi» dell’Ente che l’aveva impugnata, quello dei dottori commercialisti, emettendo, pertanto, una sentenza «interpretativa» di accoglimento con formula di illegittimità costituzionale «parziale» della legge contro cui era stato presentato il ricorso che, dunque, si legge, non comprenderebbe l’intero perimetro delle Casse disciplinate dai decreti legislativi 509/1994 e 103/1996.Una posizione, quella della Ragioneria generale dello Stato, finita sotto i riflettori dell’Adepp (l’Associazione degli Enti), giacché manda all’aria un principio, quello dell’incostituzionalità della «spending review» cui era soggetto il comparto (il cui «concorso al miglioramento dei saldi di finanza pubblica non è più strutturale», si rammenta nella lettera del ministero dell’Economia, visto che dal 2020 le norme non s’applicano più agli organismi inclusi nell’elenco Istat, ndr), che si reputava acquisito. E che rimette in discussione pure la sentenza di I grado del tribunale di Roma che ha dato ragione alla Cassa geometri, condannando il dicastero di via XX settembre alla restituzione di 791.252,10 euro, frutto del contenimento delle uscite nel 2012 e 2013: il verdetto (illustrato su ItaliaOggi del 26 giugno 2020), secondo quanto si apprende, sarebbe stato impugnato dall’Avvocatura dello Stato. La strada per i rimborsi, su cui gli Enti pensavano d’incamminarsi, appare, perciò, oramai densa di ostacoli.