Non è un mistero che l’attuale clima politico ed economico a tutti i livelli geografici sia dominato da una sensazione di incertezza. Sensazione che permea i mercati finanziari e impatta sulle strategie degli investitori, costringendoli per un verso a valutare il cambiamento per tornare a perimetrarlo, dall’altro li conduce a ricercare soluzioni alternative alle tradizionali fonti di rendimento. Quali? Per spiegarlo, Itinerari previdenziali, il più autorevole centro studi e ricerche nazionale sulla previdenza, l’assistenza e la sanità integrativa guidato dal professor Alberto Brambilla, ha organizzato a Roma, il 28 novembre scorso, il suo tredicesimo Convegno di Fine Anno attorno al tema Come coniugare adeguatezza, appropriatezza e ricadute economiche e sociali negli investimenti istituzionali? «I rendimenti degli ultimi venti anni dimostrano l’aumento della complessità nella gestione dei patrimoni e dei flussi finanziari. A più breve termine, si aggiungono le perturbazioni nazionali ed internazionali che hanno pesato profondamente nei primi nove mesi del 2018 su tutte le asset class. E se si vogliono ottenere ricadute positive sulla platea dei propri iscritti e sul tessuto economico del Paese e sull’ambiente», spiega il professore, «occorre saper coniugare sempre più l’adeguatezza degli investimenti ai propri rendimenti obiettivo, rendendoli appropriati alla mission di ciascun investitore istituzionale».

Domanda. Professore, quali sono le linee guida che gli investitori istituzionali dovrebbero seguire in questo cambio di paradigma nelle strategie di investimento?

Risposta. Ci sono oggi ampi margini di crescita per gli investimenti a sostegno del sociale e dell’economia reale del paese in termini di adeguatezza e appropriatezza. Le leve sono diverse, per esempio è possibile correlare gli investimenti ai rendimenti minimi da offrire sulle prestazioni pensionistiche e alle proprie platee di iscritti sulla base delle età anagrafiche e dei requisiti maturati (c.d. Alm – Asset Liability Management e Ldi – Liability driven investment). Oppure, applicando i criteri Esg – Environmental, Social and Governance, ricercando il profitto, ma con un’attenzione anche alla coesione sociale delle proprie platee e adottando scelte di investimento responsabili (Sri – Sustainable and Responsible Investment), in linea con un nuovo modo di fare finanza e impresa. O ancora, innovando le prestazioni anche con interventi a impatto sociale e proponendo azioni di riduzione della povertà educativa e sociale, e l’ampliamento delle occasioni di lavoro in luogo della mera assistenza.

D. Economia reale, Esg, investimenti mission related. Sono solo alcuni degli strumenti che caratterizzano questo nuovo approccio degli investitori istituzionali. Un approccio verso la sostenibilità, non da confondere con la c.d. finanza etica. Ci spiega in che senso?

R. Oggi ci si sta rendendo conto che la ricerca del profitto si può fare anche premiando aziende che rispettano l’ambiente, i loro stakeholders e soprattutto hanno una governance trasparente verso tutti gli interlocutori. Questo però è solo un primo passaggio, lontano da ciò che si intende per finanza etica. Questa è ancora etica applicata alla finanza. D. Volgendo lo sguardo alla realtà nazionale, quali punti di forza e debolezza ha il nostro Paese in questo contesto? R. In via generale, sono da considerare le nostre debolezze strutturali, per esempio i settori delle infrastrutture, delle energie rinnovabili, della mobilità sostenibile. Questi, a fianco della Silver Economy, sono tutti ambiti su cui si può già iniziare a investire in maniera più significativa. Al microscopio, invece, dobbiamo guardare alle platee di riferimento di ogni singola realtà. Voi avete una cassa che valorizza molto le scelte di investimento rispetto alle caratteristiche della professionalità del perito industriale. Una logica virtuosa di indiretto sostegno al fatturato degli iscritti, che ha effetti sulla loro capacità contributiva, e dunque garantisce l’adeguatezza delle future prestazioni pensionistiche.

D. Il sottosegretario al Ministero del lavoro Durigon, riprendendo un’idea che il Sen. Sacconi ebbe già due anni fa, è tornato a parlare dell’opportunità di istituire un fondo di garanzia intercasse. Auspicherebbe anche lei un dispositivo di questo tipo?

R. Non sono assolutamente d’accordo. Esiste già una norma del 2007, che prevedeva in termini tecnico-attuariali la sostenibilità finanziaria a 30 anni. È poi intervenuta la Monti-Fornero, che l’ha portata a 50 anni e ha stabilito la discutibile impossibilità per le casse di attingere al proprio patrimonio di riserva. Questo è l’impianto normativo da cui partire e da rimodulare, riportando la previsione di sostenibilità a 30, aggiungendo eventualmente altri 20 anni di garanzia, ma soprattutto rintroducendo la possibilità dell’utilizzo dei fondi di riserva.

FONTEItaliaOggi
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