C’è una zavorra pesante a inchiodare verso il basso la bilancia dei redditi delle professioniste rispetto ai colleghi uomini. In media vale il 33% in meno. Lo rileva un’indagine condotta dal Sole240re sulla base dei dati delle principali Casse professionali: i numeri fotografano le entrate dichiarate dalle varie categorie nell’evoluzione tra il 2010 e il 2019, esclusi i notai perché hanno un sistema previdenziale a ripartizione. Non tengono conto dei livelli occupazionali ne tantomeno delle ore lavorate che nel caso delle professioniste è una variabile che pesa fortemente sui redditi annuali. E che vale comunque la pena di leggere in controluce sulla base degli altri indicatori disponibili che riguardano il fenomeno in Italia-Secondo un rapporto Ocse nel 2019 il divario sulla paga oraria lorda si aggirava intorno al 3,6% (ma senza nessun altro parametro, nemmeno i contratti full e part time). Secondo Eurostat (2018) invece in Italia il settore pubblico si aggirerebbe intorno a un gap del 4% e quello privato del 20 per cento. Nella Ue il pay gap si attesta invece a quota -16%, ragione per cui la Commissione europea ha deciso di intervenire con una direttiva ad hoc.

La carriera mancata
Non è monolitico, però, questo divario; si riduce in fase di avvio della professione, nella fascia tra i 30 e i 40 anni d’età, sia rispetto alla media complessiva che, soprattutto, rispetto alla fascia trai 50 e i 60 anni d’età che in genere segna l’apice della carriera. «Sono dati impressionanti – dice la sottosegretaria al Mef Maria Cecilia Guerra – dai quali emerge che il divario di reddito maggiore nelle fasce di età più avanzate è il segno dell’incepparsi della progressione della carriera per le professioniste per effetto del noto soffitto di cristallo». Guerra indica poi nell’assegno unico alla famiglia sociali e valutazione dell’impatto di genere di tutte le politiche». Il gap salariale troverà spazio anche nel documento finale dell’engagement group Women 20 al G20 che si chiuderà a luglio. «Il gender pay gap è alimentato da una discriminazione esplicita, quella di una minore retribuzione a parità di lavoro – dice la presidente Linda Laura Sabbadini che è anche direttrice dell’Istat – ma è anche il punto di sfogo di tutti gli ostacoli che le donne incontrano nel percorso professionale e che si traduce, per esempio, nel part time forzato e nella sospensione più o meno lunga dell’attività lavorativa».

Il gap 2010-2019
Facciamo un passo indietro. A guardare i numeri delle professioni, in dieci anni il divario tra i redditi si è attenuato: nel 2010 in media valeva il 40%, ovvero se un uomo poteva contare in media su 43mila euro ai reddito annuo, la sua collega non arrivava a 26mila. Nel 2019 (ultimo dato disponibile) si è registrato un lieve incremento medio femminile, mentre nel decennio fa crisi per gli uomini ha mandato in rumo più di 2.600 euro (-6%). Le donne, dal canto loro, hanno recuperato il 2%, ma comunque appena sopra i 26mila euro di reddito medio complessivo. Da qui l’ “illusione ottica” di un progresso femminile, che a ben guardare è davvero poca cosa. Le prime a fare le spese del maggior divario di reddito sono le avvocate, peraltro diventate maggioranza nella professione, che dopo un decennio continuano a guadagnare meno della metà rispetto ai colleghi uomini. «Il gap è considerevole e strutturale ormai, nonostante il crescente potere di rappresentanza femminile all’interno delle istituzioni di categoria dice Susanna Pisano, consigliera di Confprofessioni e avvocata -. il dato è frutto anche della tendenza a scegliere settori poco redditizi, come il diritto di famiglia, nell’illusione che siano quelli più facilmente conciliabili con la vita privata». Male anche commercialiste e ingegnere (entrambe distanti 45 punti percentuali). Chi ha capovolto il gap è la categoria delle biologhe, ma questo è soprattutto dovuto alla tumultuosa femminilizzazione (+49%).

Redditi assottigliati
Che la crisi economica abbia colpito professione in cui gli uomini hanno perso nel decennio il doppio (-6%) rispetto alle donne. «In realtà la crisi dell’edilizia ha colpito in modo indistinto entrambi i sessi con lo stop ai grandi cantieri, e alla committenza privata strutturata – commenta il direttore del centro studi del Consiglio nazionale ingegneri, Massimiliano Pittau – ma le donne sembrano più reattive, ad esempio sono le prime ad associarsi e a creare società di ingegneria». Secondo Tiziana Stallone, presidente dei biologi di Enpab, il minor pay gap delle giovarne ancora in pane legato alla vita privata: «Nella prima fascia d’età molte donne non hanno ancora i figli e possono quindi dedicarsi di più al lavoro». Effetto monocommittenza. C’è però anche un altro fenomeno che impatta; quello della “monocommittenza” ovvero le tante “partite iva apparenti”, di fatto “dipendenti” strutturalmente dagli studi, ricompensate con importi fissi, ma penalizzate nella progressione di carriera e dunque nel reddito. Una situazione che coinvolge più donne che uomini. Lo dicono in controluce i numeri dell’ultimo rap porto Adepp. Si vede quando fatturato e reddito coincidono. «Succede quando non ci sono spese fisse di studio aggiunge Stallone che è anche vicepresidente Adepp – e quando di fatto si viene ricompensati con un fisso: ebbene le professioniste in questa situazione, giovani soprattutto, sono molto di più rispetto agli uomini». E ancora: «Credo che le donne rinuncino ad essere manager di sé stesse solo per un fatto culturale – dice Stallone – . Grava ancora su di loro la responsabilità principale del carico familiare che assorbe tanta energia». Il fenomeno, c’è da scommettere, non si attenuerà. Anzi. La pandemia, i lockdown, la didattica a distanza e lo smartworking hanno colpito più duro sulla metà della popolazione: quella che partiva già svantaggiata. Le donne, appunto.