La riforma Dini, che è stato l’intervento con maggior impatto strutturale sul sistema pensionistico italiano, aveva quattro principali obiettivi: rivedere le regole differenziate senza motivo tra tipologie simili di lavoro; assicurare nel lungo termine la sostenibilità finanziaria, cioè la stabilità del rapporto tra spesa per pensioni e Pii; garantire l’adeguatezza delle prestazioni; modernizzare il funzionamento del sistema, con una maggiore flessibilità dell’accesso al pensionamento.

I quattro obiettivi
Ai primi due obiettivi rispondevano, rispettivamente, le deleghe dirette ad armonizzare la normativa e l’adozione di un nuovo sistema di calcolo delle prestazioni, il cosiddetto metodo contributivo. L’adeguatezza delle prestazioni avrebbe dovuto essere garantita da un’aliquota di contribuzione che a 63 anni dava un tasso di sostituzione pari a quello del precedente sistema. Mentre un’età compresa in un arco di otto anni per accedere alla pensione, lasciata (salvo pochi vincoli) alle preferenze degli assicurati, mirava a rendere più flessibile il sistema. Effetti della mancata crescita Nel 1995, l’anno in cui fu approvata la riforma, le prospettive di crescita dell’economia non erano però facili da prevedere e non era ancora del tutto chiaro quale sarebbe stato l’impatto della globalizzazione e delle nuove tecnologie sui rapporti di lavoro. Il blocco della crescita economica successivo al crollo dei mercati finanziari dopo il 2007 ha completamente modificato lo scenario di riferimento e, in presenza di un andamento molto negativo dei conti pubblici, i limiti di età per il pensionamento, già ritoccati più volte in precedenza, sono stati notevolmente innalzati dagli interventi del governo Monti. Nello stesso periodo, sono emersi anche gli effetti negativi sull’occupazione e sul mercato del lavoro, dovuti alla crisi e alle politiche di austerità. Effetti che, in un contesto più instabile, si sono tradotti in minore durata media dei contratti, aumento del tempo determinato e delle discontinuità di carriera, con periodi di disoccupazione e di lavoro poco remunerato. In aggiunta a tutto questo, la diffusione delle nuove tecnologie comporta un’evoluzione delle competenze che mette a dura prova la tenuta dei posti di lavoro, specie delle persone di età più matura.

Modelli da rivedere
Costruiti per scenari stabili, con carriere relativamente continue, i modelli di protezione sociale e gli strumenti di politica del lavoro, faticano a rispondere a questi cambiamenti. Nel caso del nostro Paese, per avere un sistema pensionistico più rispondente a queste trasformazioni, restano alcune questioni non risolte. Mentre per i primi due obiettivi richiamati – transizione al contributivo e omogeneità delle regole – l’applicazione allargata ormai a gran parte delle pensioni di nuova liquidazione sembra poter dare al sistema più solidità finanziaria e maggiore adattabilità rispetto a percorsi di carriera e periodi contribuzione diversificati, gli altri due obiettivi, flessibilità in uscita e adeguatezza delle prestazioni esigono nuovi interventi. Contributi e aspettativa di vita Poiché l’accumulo dei contributi e l’aspettativa di vita al pensionamento sono i fattori che determinano l’ammontare della prestazione, le due questioni possono essere considerate congiuntamente. In aggiunta alla pensione anticipata per anzianità, con varie motivazioni (lavoro precoce, usurante, opzione donna. Ape sociale, quota 100) sono state introdotte negli anni diverse forme di uscita ad età inferiori a quella di vecchiaia. Nell’insieme emergono però limiti importanti, come la relativa ristrettezza del numero di beneficiari e una definizione delle platee basata su criteri discutibili per equità e capacità di rispondere alle effettive situazioni di disagio. Si aggiunga che, salvo poche eccezioni, queste misure sono state introdotte in forma temporanea, con requisiti di accesso e condizioni per i beneficiari difformi e poco comprensibili, come le regole di cumulabilità con i redditi da lavoro.

Le misure che mancano
Nel valutare criticamente il quadro d’insieme, non si può fare a meno di considerare che le incoerenze esistenti dipendono soprattutto dalla mancanza di una misura strutturale, commisurata alle diverse situazioni ma applicata in modo uniforme. Per una modifica di questo genere servono scelte chiare da parte del legislatore. Innanzitutto va deciso se, considerando i costi e l’obbligo costituzionale all’adeguatezza delle prestazioni, l’accesso anticipato alla pensione debba rispondere alle preferenze dei singoli individui o essere riser vaio ai lavoratori più anziani che, nonostante una ricerca attiva, non riescono più a trovare occupazione o, ancora, se si debbano differenziare queste situazioni con una diversa decurtazione della prestazione. È poi da decidere con che criteri possa essere integrata una pensione, quando l’anticipo dell’età comporta valori troppo bassi. Se le decisioni sono frutto di preferenze individuali, il problema dell’integrazione potrebbe anche non porsi e, per limitare il rischio di un futuro ricorso alla spesa assistenziale di una pensione bassa, l’uscita andrebbe semmai vincolata ad un minimo di pensione a calcolo.

I fondi solidaristici
Diversa è ovviamente la situazione di coloro che in età avanzata affrontano problemi di disoccupazione, o vivono gravi situazioni di disagio a livello personale o del nucleo familiare. In questo caso se la pensione maturata è inferiore a un limite ade guato, è socialmente auspicabile un’integrazione. Qualora non si ritenesse opportuno far ricadere l’intero onere sulla fiscalità, si potrebbe in parte far leva sugli stessi contribuenti del sistema pensionistico, con la costituzione di un fondo solidaristico ricavato da una piccola quota delle contribuzioni, caratterizzata da progressività e che inoltre esenti i redditi più bassi.