C’è chi detta le lettere alla segretaria perché non sa usare bene il computer, chi ha difficoltà con le banche dati, chi confessa di non essere preparato per la didattica a distanza. Soprattutto, ci sono decine di migliaia di dipendenti pubblici vicini ai 60 anni che non vedono l’ora di andare in pensione, a costo di subire penalizzazioni economiche, anche perché amareggiati dal blocco delle carriere degli ultimi vent’anni, dalla mancanza di formazione e dalla scarsa valorizzazione della loro esperienza. Il patto per rinnovazione del lavoro pubblico siglato la scorsa settimana da governo e sindacati prevede assunzioni e investimenti nel digitale. Ma svecchiare la macchina dello Stato non sarà facile: secondo l’ultimo rapporto di Fpa, il Forum della Pubblica amministrazione, l’età media dei dipendenti pubblici in Italia è di 50,7 anni. In tanti uffici si va ben oltre: «Nel Comune di Palermo ì’età media è di quasi 54 anni, su 6500 dipendenti – racconta Gabriele Marchese, da poco in pensione dopo aver chiuso la camera come vicesegretario generale -. Giovani pochi: non si fanno concorsi da almeno 15 anni. Ci sono i precari, certo, che lavorano tre giorni a settimana. Ma di dipendenti “strutturati” giovani non se ne vedono». L’incrocio tra età alta e mancanza di formazione si ripercuote su tutta l’organizzazione del lavoro, spiega ancora Marchese: «A Palermo molti dirigenti non sono in grado di muoversi agevolmente nei programmi informatici. La logica è ancora quella del dirigente che da l’ordine all’esecutivo che poi lo da al sottoposto. È diffusa l’abitudine di dettare al segretario… Nel 2018 quando sono diventato comandante dei vigili mi sono reso conto che la centrale radio lavorava ancora con il “brogliaccio”, segnava tutto a mano. Non c’è una logica dell’efficienza: oggi nel cimitero ci sono 700 bare ammucchiate perché non si riesce a gestire un programma informatico che esamini le istanze, incrociando la revoca delle gestioni irregolari con le nuove richieste». In tutta la Pa italiana meno di tre lavoratori su cento sono sotto i 30 anni, mentre quelli oltre i 60 anni sono il 17%. All’Agenzia delle Entrate l’età media è di 52 anni e un mese, e colpisce il dato sul turnover del personale: 3,2%, cioè 105 entrate a fronte di 3.279 uscite. «Lavoriamo soprattutto usando le banche dati – spiega Giovanni, un dipendente (nome di fantasia, visto che nelle amministrazioni vige il divieto di dare interviste) – e quindi la carenza di cultura digitale, abbastanza diffusa tra chi è entrato 30 anni fa, ha il suo peso, perlomeno in termini di lentezza. Il 20% del personale da noi ha oltre 60 anni, fare formazione è impossibile. Tutti cercano di fare al meglio il proprio lavoro ma mancano le leve per migliorare la produttività, a cominciare dal mix di giovani e anziani che porta contemporaneamente a condividere le esperienze e favorire l’aggiornamento». Dove questo è successo i risultati sono stati eccellenti, spiega Gianni Dominici, direttore del Forum Pa: «Alla Provincia di Trento e al ministero dell’Economia è stato dato ai dipendenti più anziani un ruolo di tutoring dei nuovi assunti: i giovani portano nuove competenze, gli anziani l’esperienza. Ma quello che in genere succede è che i più anziani si sentano stanchi, poco valorizzati e che non vedano l’ora di andare in pensione, ecco perché Quota 100 è stata presa d’assalto». Lo conferma Matteo, al ministero della Giustizia: «Appena ti giri ne vedi dieci che stanno per andare in pensione, ì’età media è di circa 55 anni. Di recente ci sono state cinquemila nuove entrate, ma è una goccia nel mare. I più anziani potrebbero essere valorizzati con la formazione, adesso che a poco a poco comincia a funzionare il processo telematico, invece vengono messi da parte. Alcuni dopo 30 anni hanno ancora la qualifica con cui sono stati assunti. E ì’affiancamento con i giovani è impossibile perché da noi al Tribunale di Roma il personale è dimezzato, significherebbe che due persone fanno il lavoro di una». Nella Difesa le ultime assunzioni sono del 2014, racconta Andrea, un funzionario: «Ci sono comparti come quelli degli stabilimenti industriali che il ministero è stato costretto ad affidare a esterni, perché ci vogliono competenze tecniche che non possono essere improvvisate». Inefficienze che la riforma, quando verrà attuata, promette di sanare.