di Paolo Salvadori

Pur amando filosofi deliziosi come Hume, non ho mai nutrito una particolare passione per le filosofie di stampo empiristico. Mi pare che non colgano mai il punto centrale delle questioni, il concetto, ma si disperdano in prassi che cercano di spiegare “come si fa” e non “perché si fa”.

L’idea implicita di quelle filosofie è che i fatti vengano prima di essere pensati, senonché i fatti se non fossero pensati, non sarebbero neppure fatti. Essi esistono nel pensiero, sono un suo contenuto, e senza qualcuno che li pensi sarebbero semplicemente un niente.

D’altra parte, i paesi che si rifanno alla cultura empiristica, quelli anglosassoni, dominano il mondo da quattro secoli, mentre gli altri, che seguono culture di derivazione idealistica, non tengono il passo, almeno in termini di potenza globale.

Platone, l’idealista, se la vedeva con il tiranno Dionisio, pensando inutilmente di introdurlo alla grande politica, Aristotele, l’empirista, educava Alessandro Magno e gli insegnò semplicemente a conquistare il mondo. La Grecia dei filosofi cadde sotto il dominio dei praticissimi (allora) generali romani, perché, come diceva Bertrand Russel, per costruire imperi occorre avere la testa dei geometri e non quella dei filosofi.

Attualmente la capitale dell’Impero Romano d’Occidente non è Roma, ma New York, dove viene gestito almeno il 50 per cento del risparmio mondiale; di conseguenza è lì che vengono dettate le norme per la compilazione dei documenti contabili, che sono fortemente influenzate dalla cultura pragmatica di quel paese.

L’idea dominante è che i bilanci servono anche a valutare un’azienda ed è proprio in questa errata prospettiva che si è pervenuti alla conclusione di registrare i debiti in bilancio seguendo il criterio del costo ammortizzato.

La risalente cultura ragionieristica italiana ha, viceversa, da sempre insegnato che i debiti si debbono iscrivere in bilancio al loro valore nominale. E se per contrarre un debito si fossero sostenute delle spese, come nel caso di un mutuo ipotecario, allora quegli oneri avrebbero dovuto essere capitalizzati ed ammortizzati in quote costanti per tutto il periodo di durata del finanziamento. Analogamente, ci si doveva comportare con il disaggio di emissione sotto la pari dei prestiti .

Si trattava di regole chiare che mostravano nel bilancio l’importo nominale del debito, mentre gli interessi passivi affluivano al conto economico insieme alle quote di ammortamento delle spese sostenute per l’acquisizione del mutuo.

Ora, sulle tracce degli IAS,  sono arrivate le nuove regole e le cose da chiare che erano sono diventate più complicate.

Innanzitutto sono state introdotte due differenze: quella tra tasso effettivo e tasso nominale e l’altra tra tasso effettivo e tasso di mercato.

Già qui, nasce subito una prima domanda. Perché il bilancio dovrebbe tener conto di queste differenze se il prestito non viene ricontrattato? La domanda è quasi retorica perché non c’è alcun motivo di variare il valore nominale di un debito se non si è proceduto ad una sua rinegoziazione. Ma andiamo con ordine.

Seguendo il criterio del costo ammortizzato, le spese sostenute per l’acquisizione del mutuo non sono iscritte tra i costi immateriali di carattere pluriennale, ma vengono portate in diminuzione del debito.

Dal punto di vista della consistenza del patrimonio netto non cambia niente, ma dal punto di vista della chiarezza espositiva cambia tutto, giacché quelle spese o non sono state pagate, ed allora verrà iscritto un debito tra le passività, o lo sono state ed allora vi sarà stata una diminuzione dei fondi liquidi. In entrambi i casi è corretto che i costi immateriali appaiano in bilancio e non che vadano a diminuire un debito rispetto al quale sono del tutto eterogenei.

Su queste basi si è costruita una struttura contabile tanto complessa quanto inutile. Dunque, come abbiamo visto, in base al criterio del costo ammortizzato, dal valore nominale del debito si tolgono i costi sostenuti per la sua acquisizione ed il debito viene iscritto in bilancio per differenza, cioè in bilancio  appare un debito inferiore al suo valore nominale. Gli interessi che devono essere pagati sono però calcolati sul valore nominale e restano sempre gli stessi, senonché, dovendo essere ora parametrati su un debito inferiore, il tasso effettivo risulterà superiore al tasso nominale.

Un esempio chiarirà tutto.

Si immagini un finanziamento di 5 milioni di euro contratto ad un tasso del 2 per cento annuo con scadenza fissa a cinque anni. Ogni anno si dovranno corrispondere gli interessi pari a 100 mila euro ed al quinto anno dovrà essere restituito il capitale di 5 milioni più gli interessi.

Per acquisire quel mutuo si sono sostenute spese per 100 mila euro ed, abbiamo visto, che in contabilità dovremo iscrivere il debito per € 4.900.000, depurato cioè dei costi iniziali.

Le scritture in partita doppia saranno le seguenti:

1. Banca a Mutui passivi 5.000.000 

  per contrazione del mutuo

2. Mutui passivi a Banca   100.000

per addebito delle spese

In questo modo in contabilità figurerà un debito per i mutui acquisiti di € 4.900.000, e quindi, in termini percentuali, il tasso di interesse effettivo sarà più alto di quello pattuito, calcolato sui 5 milioni di valore nominale del debito. Nel caso specifico, il tasso effettivo sarà di circa 2,428… per cento, invece che del 2 per cento.

Così operando, ogni anno si calcoleranno gli interessi sull’importo del debito, depurato delle spese sostenute per la sua acquisizione, e, quindi, nel primo anno avremo un debito per interessi pari ad € 118.988 (4.900.000 x 2,428…..) e le scritture in partita doppia saranno le seguenti:

1. Interessi passivi a Banca 100.000

per gli interessi effettivamente pagati

2. Interessi passivi a Mutui 18.988

per adeguamento del valore del debito

Conseguentemente, il debito alla fine del primo anno ammonterà a € 4.918.988 e su di esso l’anno successivo saranno di nuovo calcolati gli interessi al tasso effettivo del 2.428….per cento.

Così, per il secondo anno, gli interessi effettivi saranno di € 119.449 e, quindi, con le solite scritture in partita doppia:

1. Interessi passivi a Banca 100.000

per gli interessi effettivamente pagati

2. Interessi passivi a Mutui   19.449

per adeguamento del valore del debito

Ora il mutuo sarà iscritto in bilancio per € 4.938.437.

Alla fine dei cinque anni il debito sarà diventato pari al valore nominale e gli interessi saranno pari ad € 100.000, cioè uguali alle spese sostenute per l’acquisizione del mutuo, che, da spese pluriennali, vengono impropriamente trasformate in interessi passivi. Un inutile sovvertimento della realtà in una prospettiva finanziaria del bilancio.

Le elucubrazioni della prassi contabile anglosassone non sono tuttavia ancora finite.

Infatti, una volta introdotto un principio deviante come quello di considerare il bilancio un documento per valutare l’azienda, bisogna anche considerare tutti quei casi in cui un debito non sia stato assunto a tassi di interesse di mercato. Così, se un debito è assunto a condizioni superiori a quelle di mercato esso sarà registrato ad un valore iniziale superiore a quello nominale, se invece le condizioni fossero più favorevoli allora il valore inziale sarà inferiore a quello facciale del debito.

Esemplificando con un caso estremo: se una società assume un finanziamento dai soci, restituibile entro cinque anni, di 5 milioni a tasso zero, essa dovrà iscrivere inizialmente il debito ad un prezzo scontato con un tasso pari a quello di mercato che qui supponiamo, in coerenza con il precedente esempio, del 2,4 per cento.

In partita doppia la contabilizzazione avverrà nel seguente modo:

1. Banca a diversi

a Finanziamento soci 4.441.000

a Proventi diversi   559.000

Ogni anno poi si calcoleranno gli interessi imputabili al bilancio dell’esercizio, applicando il tasso di interesse di mercato del 2,4 per cento sul capitale dell’esercizio precedente.

Così, il primo anno gli interessi saranno circa 106 mila euro (4.441.000 x 2,4%) che verranno contabilizzati come segue:

1. Interessi passivi a Finanziamento soci   106.000

per imputazione quota interessi annuali

Al termine dei cinque anni il debito sarà di 5 milioni, pari, cioè, al suo valore nominale.

Ora, a parte le problematiche fiscali che un simile modo di procedere può comportare, di nuovo ci si deve chiedere perché si debba manipolare la rappresentazione contabile delle operazioni effettivamente poste in essere. Il debito assunto è di 5 milioni e non vi è alcun motivo di ridurlo, se non introducendo un principio, quello della prospettazione finanziaria dell’operazione, del tutto eterogeneo alla funzione tipica del bilancio, che non si pone uno scopo valutativo dell’azienda.

Per di più, se si seguisse fino in fondo questo criterio, allora ogni anno si dovrebbe rivalutare l’operazione in base all’andamento dei tassi di interesse. Ma questo viene escluso, giacché la differenza tra tasso di interesse effettivo e tasso di mercato deve essere rilevata solo nel momento della iscrizione iniziale del debito. Insomma, viene dettato un principio, che però non viene coerentemente seguito fino alle sue estreme implicazioni.

Da ciò emerge immediatamente la superiorità del criterio che imponeva di registrare il debito al suo valore nominale. Il fatto, poi, che l’assunzione di un debito sia fatta a condizioni migliori o peggiori si rifletterà sul conto economico dell’esercizio e chi voglia valutare quell’azienda ne terrà conto nell’analisi dei profitti attesi. Quello di cui bisogna convincersi è che la valutazione dell’azienda è del tutto eterogenea rispetto alla funzione tipica del bilancio annuale, che ubbidisce ad un criterio di ordine, oltre a quello di determinare prudenzialmente l’entità degli utili prelevabili da parte dei soci.

Tuttavia, queste sono le regole attuali che, sebbene non sembrino particolarmente apprezzabili,  devono certamente essere seguite, ma con spirito critico, conservando vive quelle idee, oggi impraticabili, per quando diventeranno di nuovo ineludibili.

FONTEPaolo Salvadori
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