Mancano poco più di 8 mesi alla conclusione della sperimentazione triennale di Quota 100 e il profilo dello scalone comincia ad essere sempre più nitido. Ma, nonostante l’incessante pressing dei sindacati per l’immediata apertura di un tavolo con cui individuare le soluzioni flessibili più adatte ad evitare un ritorno secco alla versione integrale della legge Fornero, il governo ribadisce che, almeno per il momento, le pensioni non sono una priorità. «Mettere troppa carne al fuoco, rischia di bruciarla», ha detto non più tardi di martedì il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ripetendo che la discussione sulla previdenza «non diventerà una priorità politica fino a che non sarà avviato il confronto sugli ammortizzatori sociali e sulle politiche attive del lavoro». L’istruttoria sulle pensioni resta insomma congelata. E con il trascorrere delle settimane sembra di ventare inevitabile un rinvio della questione del “dopo-Quota 100” all’autunno, in occasione della stesura della legge di bilancio, anche se un primo appuntamento con Cgil, Cisl e Uil potrebbe essere fissato all’inizio dell’estate. A condizionare il percorso per evitare il rischio-scalone senza ricorrere a mini-proroghe ai pensionamenti anticipati con almeno 62 anni d’età e 38 di contribuzione (già escluse dal premier Mario Draghi) non è solo la Cantiere pensioni Dal governo priorità a lavoro e contratti di espansione Pesano costi e nodo politico necessità di definire in tempi rapidi la riforma degli ammortizzatori e la nuova rete di politiche attive del lavoro. Quello delle pensioni si presenta anzitutto come uno dei temi potenzialmente più divisivi perla maggioranza, in cui la Lega, che s’intestò la nascita di quota 100 sotto il “Conte I”, ha un peso tutt’altro che trascurabile. Per disegnare uno nuovo schema flessibile di uscite occorre poi fare i conti con le risorse disponibili e l’elevato grado di attenzione di Bruxelles alle nostre vicende previdenziali. Il governo sta lavorando al rifinanziamento dei contratti d’espansione (lo strumento di gestione dei processi di riorganizzazione aziendale anche con uscite agevolate) da e stendere alle imprese con un numero di dipendenti inferiore all’attuale soglia dei 250 addetti, scendendo a 100-130. Questo intervento potrebbe costare tra i 600 e gli 800 milioni e sarebbe per il Governo prioritario anche rispetto a un nuovo meccanismo di uscite pensionistiche flessibili. Con il risultato di rinunciare a una vera riforma pensionistica, limitando lo spazio d’intervento ad alcune misure mirate per ammorbidire l’impatto con lo scalone. Ma ci sarebbe anche da decidere cosa fare per Ape sociale e “Opzione Donna”, le cui proroghe scadono a fine anno. E andrà verificato il meccanismo di indicizzazione delle pensioni all’inflazione, che a normativa vigente da gennaio passerà dall’attuale schema su sei scaglioni di reddito al precedente schema su tre scaglioni, con perequazione piena fino alle pensioni di importo pari a quattro volte il minimo. Mentre i nuovi coefficienti di trasformazione validi per il biennio 2023-2024 verranno definiti con un decreto direttoriale del ministero del Lavoro entro il giugno del prossimo anno. Resterebbe, infine, da mettere a regime il meccanismo che salvaguarda la capitalizzazione dei montanti contributivi nel caso il Pil nominale o medio quinquennale vada in territorio negativo, il legislatore ha neutralizzato quell’effetto con una norma, l’articolo 5 del Dl 65/2015 convertito con modificazioni dalla legge 109/2015,in cui si stabilisce che «in ogni caso il coefficiente di rivalutazione del montante non può essere inferiore a uno, salvo recupero da effettuare sulle ricapitalizzazioni successive». in sede di prima (e per ora unica) applicazione, nel 2015 si è deciso di non procedere al recupero, con la conseguenza che il costo di quella neutralizzazione è stato a carico dello Stato. Ma anche questo meccanismo andrà ora aggiornato.