Sono ormai passati quasi 26 anni dall’entrata in vigore della legge 335/95, la legge Dini-Treu che ha introdotto il metodo di calcolo contributivo nella forma pro rata per i lavoratori che avevano meno di 18 anni di anzianità contributiva e totale per coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 in poi. Le chiamiamo ancora le pensioni dei giovani, ma supponendo un ingresso medio a 24 anni di età ora i nostri sono tutti cinquantenni non più così giovani. Quali sono i requisiti per l’accesso alla pensione dopo la riforma Fornero?
1) Per la pensione di vecchiaia occorre avere 67 anni di età (requisito valido a tutto il 2022) con almeno 20 anni di anzianità contributiva a patto di aver maturato un importo minimo di pensione non inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale (693,18 euro lordi mensili) indicizzato con la media mobile quinquennale del Pii nominale. Quest’ultimo vincolo viene meno al raggiungimento di un’età anagrafica superiore di 4 anni a quella prevista per il pensionamento di vecchiaia (71 anni nel quadriennio 2019/2022). A questa età sarà liquidato l’assegno pensionistico maturato indipendentemente dal suo valore, a condizione di poter far valere almeno 5 anni di contribuzione effettiva.
2) Per i contributivi puri, chi ha iniziato a lavorare dal 1996 in poi, è prevista anche la pensione di vecchiaia anticipata, con un anticipo fino ad un massimo di 3 anni rispetto all’età prevista (oggi 67 anni), se in possesso di almeno 20 anni di contribuzione ed un importo minimo di pensione non inferiore a 2,8 volte l’assegno sociale cioè una rendita di 1.294 euro lordi al mese che corrisponde in media a uno stipendio mensile lordo da lavoro di circa 1.850 euro; non proprio alla portata di tutti i lavoratori. L’importo è indicizzato in base alla media mobile quinquennale del Pii nominale. Il vincolo di un importo minimo di pensione elevato sostituisce in pratica il requisito contributivo minimo di 35 anni previsto dalla normativa precedente per l’accesso al pensionamento anticipato nel regime contributivo.
3) È prevista una ulteriore possibilità di pensionamento con età inferiore a quella prevista per la pensione di vecchiaia cioè il cosiddetto «pensionamento anticipato» con 43 anni e 3 mesi di contribuzione, un anno in meno per le donne che il decreto legge 28 gennaio 2019, c. 4, ha bloccato fino al 2026 a 42 anni e 10 mesi di anzianità contributiva (un anno in meno per le donne), con una «finestra» di 3 mesi sicché l’anticipo e di soli 2 mesi. Ovviamente per i contributivi puri questo obiettivo è lontano almeno 16 anni.
4) Questi lavoratori nel 2021 possono beneficiare di altri strumenti di anticipo pensionistico solo se hanno almeno 62 anni di età anagrafica (60 anni fino al 2023 perl’isopensione) e una anzianità contributiva di 20 anni; ciò significa che sono nati nel 1959 e che hanno iniziato a lavorare all’età di 36 anni nel 1996; ovviamente queste regole valgono anche negli anni a venire: nel 2022 potranno accedere i nati nel 1960 che hanno iniziato a lavorare a 36 anni e cosi via. Si tratta dell’isopensione che consente ai dipendenti delle aziende con più di 15 dipendenti un anticipo fino ad un massimo di 4 anni (7 anni fino al 2023), con costi e contributi figurativi interamente a carico delle aziende. I «contratti di espansione» finanziati a tutto il 2021 ma con alta probabilità di rinnovo almeno per i prossimi anni, che prevedono una forma di ricambio generazionale con l’assunzione di un giovane ogni tot prepensionati per i dipendenti delle aziende con più di un certo numero di addetti; i «fondi esubero o di solidarietà» oggi attivi per le banche e le assicurazioni attivabili per industria, commercio, servizi, artigianato e agricoltura; come per i contratti di espansione, l’anticipo è di 5 anni rispetto ai requisiti di pensionamento, quindi in questi casi  quota 82 (62 anni di età e 20 di contributi). Peri contributivi puri non sono percorribili gli anticipi opzione donna (occorrono 35annidi anni di contributi), Ape sociale (36 e 30 anni di contributi).
5) Attenzione perché questi lavoratori, che pure a rigor di calcolo dovrebbero avere circa 26 anni di contribuzione, potrebbero non arrivare al requisito minimo di 20 anni a causa della crisi o di lavori intermittenti; se laureati triennali o magistrali possono beneficiare del cosiddetto «riscatto di laurea leggero» applicabile anche agli anni antecedenti al 1996; per il 2021 è previsto un costo di 5.264,49 euro per ogni anno di laurea da riscattare per cui l’importo complessivo, è di 26.322,45 euro per un corso di 5 anni e di 15.793,47 per il triennale. Alla luce di quanto detto, considerate le condizioni più favorevoli dei retributivi e misti, diviene indispensabile equiparare la condizione dei contributivi puri che la riforma Fornero ha molto svantaggiato con quella degli altri lavoratori eliminando i vincoli di accesso alla pensione pari a 2,8 volte il minimo per la vecchiaia anticipata e involte il minimo per la vecchiaia con il rischio di aumentare da 67 anni a 71 anni l’età di pensionamento. Infine considerando che il metodo contributivo non contempla una integrazione al trattamento minimo di cui oggi beneficiano circa il 25% dei pensionati (integrazione e maggiorazione sociale), per motivi di equità intergenerazionale e considerato che è proprio con i contributi di questi lavoratori che si pagano le pensioni attuali, prevedere anche per i giovani «contributivi puri», l’integrazione al minimo su valori pari all’integrazione al minimo o alla maggiorazione sociale (tra 517 e 654 € mese) e calcolati maggiorando la pensione a calcolo in base al numero di anni lavorati.