Adesso fa quasi pena vedere Marcello De Vito, con la tuta e la faccia stravolta come un mafioso qualsiasi che si avvia verso il carcere. Ma quando presiedeva le sedute del Campidoglio, lo faceva col piglio di uno che comandava e sapeva di poterlo fare. Altro che “mele marce” che Luigi Di Maio e Danilo Toninelli provano a cacciare a “calci nel sedere”. Qui siamo nel centro del potere di Roma a 5 stelle. De Vito è stato candidato sindaco per il Movimento nel 2013 (prese il 12% e costruì le basi elettorali del movimento). Era pronto a correre nel 2015 quando (lo dice lui conversando con l’avvocato Camillo Mezzacapo, anche lui arrestato in questa storia) “avrebbe vinto anche il Gabibbo”. Ma il M5S, dovendo scegliere tra lui e Virginia Raggi, scelse Virginia con grande arrabbiatura della senatrice Roberta Lombardi che sosteneva a spada tratta De Vito. Raggi-Gabibbo (pensate come deve averla presa bene la sindaca leggendo le intercettazioni in cui il presidente dell’assemblea capitolina la paragonava al “besugo” genovese di Ricci) vinse e divenne sindaca, ma la cosa non finì lì. Vennero fuori i dossier con i quali, a quanto si dice, la sindaca aveva fatto fuori De Vito nella corsa alla candidatura e Marcello venne ricompensato con lo scranno più alto nella sala del Campidoglio. Quello da dove, con una sapiente regia puoi determinare un ordine del giorno, mettere un provvedimento in evidenza, trattare con l’opposizione percorsi più rapidi. Tutte cose lecite e normali in politica, intendiamoci a meno che dietro di te ci sia qualcuno che ti paga perché in questo tuo lavoro tu abbia un occhio di riguardo per certi provvedimenti. E magari, da lì, De Vito ha potuto influenzare sindaco e movimento nella fatidica conversione “sulla via dello stadio”, quando cacciarono il “talebano” architetto Paolo Berdini e decisero che sì, lo stadio non era proprio una cosa da M5S ma che con qualche taglio, qualche aggiustamento, dai, si poteva fare. E’ la famosa congiunzione astrale, è la “cometa di Halley” di cui parlano l’avvocato Mezzacapo (uno che a Roma, nell’ambiente di Palazzo di Giustizia, nessuno sembra conoscere) e De Vito quando il legale (con toni tra il bucolico e l’ittico) gli fa presente che “adesso hai un anno… Se adesso non facciamo un cazzo in un anno però allora voglio dire mettiamoci il cappelletto da pesca, io conosco un paio di fiumetti qua ci mettiamo là, ci mettiamo tranquilli con una sigarettella un sigarozzo là, con la canna, ci raccontiamo le storie e ci facciamo un prepensionamento dignitoso”. De Vito capisce fin troppo bene se, qualche tempo dopo (siamo a neanche un anno fa)  è lì a chiedere la distribuzione dei primi utili del sodalizio: “Va beh, ma distribuiamoceli questi”. Secondo chi indaga quel denaro era frutto di consulenze pagate come prezzo della corruzione. E Camillo Mezzacapo, con saggezza, cerca di convincerlo ad aspettare fino al termine del mandato elettorale in Campidoglio per ritirare il denaro senza attirare attenzione. “Adesso non mi far toccare niente, lasciali lì… – dice – a fine man… quando tu finisci il mandato, io ci… se vuoi non ci mettiamo altro sopra se vuoi, eh. La chiudiamo, la distribuiamo, liquidi e sparisce tutta la proprietà, non c’è più niente… e allora però questo lo devi fa’ quando hai finito quella cosa”. Non si sa se i soldi sono poi stati distribuiti o no. Si capisce, da questo e da altri passaggi delle intercettazioni (c’erano cimici un po’ dappertutto, nello studio di Mezzacapo, negli uffici di Luca Parnasi, nella concessionaria della Jaguar di Tor di Quinto dell’amico Gianluca Bardelli, finito ai domiciliari) che il meccanismo era semplice ma efficace. Il costruttore o l’imprenditore di turno (Parnasi è il primo, ma poi arrivano anche il gruppo Toti e il gruppo Statuto) può trovare mille modi per trarre vantaggio da una collaborazione remunerata (leggi “corruzione”) del presidente del consiglio comunale di Roma Capitale e, per pagarlo, ecco l’avvocato Mezzacapo al quale si possono affidare consulenze, lavori e lavoretti del tutto normali per un avvocato. Le parcelle (un po’ gonfiate rispetto al lavoro effettivamente svolto) finiscono in una società in cui De Vito e Mezzacapo sono soci. Poi verrà la “distribuzione”. Luca Parnasi, il costruttore, sembra avere una specie di “inferirority complex”, per cui, per principio, si fida più delle tangenti distribuite un po’ a tutti i partiti che della validità (che nessuno mette in dubbio) delle sue imprese. Sembra, per così dire, che l’esperienza gli abbia insegnato che è meglio saltare i preliminari e passare subito all’esborso, in modo da evitare inutili lungaggini. Probabilmente l’ha già fatto in passato e, quando al potere arrivano i 5 stelle il suo occhio clinico coglie subito le persone giuste. Prima l’avvocato genovese Luca Lanzalone (suggerito alla Raggi da Beppe Grillo e Davide Casaleggio e arrestato subito nella vicenda dello stadio). Lanzalone è uno che non va troppo per il sottile. Diventato presidente dell’Acea per nomina 5stelle, sistemò subito una sua carissima amica all’ufficio comunicazione estromettendo esperti funzionari che vi lavoravano da tempo. Il giorno dopo il suo arresto, qualcuno si presentò all’ufficio della signora in questione e le indicò la porta. La signora sparì senza protestare. Lanzalone, dunque e, poi, De Vito. Storie non di un decennio fa, ma di marzo 2017 che vanno avanti fino all’anno scorso quando tutto esplode con gli arresti di Parnasi e Lanzalone. Parnasi, si diceva, ha le idee chiare su come funziona la faccenda. Il 31 maggio del 2018 (come dire, ieri) alle 9 e 32 del mattino, nello studio dell’avvocato Mezzacapo, si svolge un’interessante riunione. Ci sono Mezzacapo, De Vito, Parnasi e, in ascolto, tramite adeguate cimici, i carabinieri. Qui la faccenda dello stadio è già in tasca e Parnasi, contattato da Claudio Toti, presidente della Virtus Roma di Basket sta mettendo in cantiere un altro progettone: quello per lo stadio del basket. Dove? Alla vecchia Fiera di Roma, sulla Colombo. Un progettone in cui Parnasi fa la parte tecnica, in cui Investimenti spa e Credito Fondiario mettono tanti soldi e sul quale, prevede Parnasi: “Berdini farà casino. Ma avere Berdini contro è un vantaggio…”. Parnasi ha capito che, a Roma, il talebano Berdini è mal sopportato e, dopo le sue dimissioni (febbraio 2017) da assessore all’urbanistica proprio sulla vicenda dello stadio, averlo contro, è quasi un “plus”.  Ma proprio quella mattina, Parnasi se ne esce con una frase che è un po’ la spiegazione di tutto. Con la faccenda dello stadio andata in porto, ormai, si è accreditato (a Roma e in tutta Italia) come quello che è riuscito a lavorare con il M5S: “… negli ultimi tre mesi – spiega – mi hanno proposto almeno dieci diverse iniziative su Roma… I parcheggi da riprendere… tutte cose… situazioni complicate… perché la gente dice: ‘Parnasi ha un buon rapporto col mondo 5 Stelle’, allora tutti vogliono prendere un taxi'”. Ecco l’immagine: Parnasi come un taxi che ti porta dove vuoi. Ma non è solo un taxi. Perché davanti, dietro e insieme, ci sono lo studio dell’avvocato Mezzacapo (vicino ai 5 stelle), c’è il presidente del Consiglio comunale di Roma Marcello De Vito (5 stelle) che non sarà amicissimo della sindaca ma da cui lei non può prescindere. Insomma, una gioiosa macchina da guerra, un taxi chiamato Parnasi, ma… targato 5Stelle. Per Di Maio e Toninelli, prendere a calci quel taxi, è come prendere a calci l’M5S romano.

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