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Gli interventi per ammorbidire ia curva Irpef sui ceti medi e per archiviare un’Irap «ormai non più giustificabile» sono «certamente i più urgenti» nell’agenda della riforma fiscale. Ma sulle modalità e sul calendario dell’attuazione pesa l’incognita più pesante: quella delle risorse, che «oggi non siamo in grado di definire» perché le varianti del Co vid rendono incerte le prospettive economiche e soprattutto «non abbiamo certezze» sulle nuove spese per affrontare «le trasformazioni strutturali indotte dalla pandemia», nella sanità e non solo. Nella sua audizione alle commissioni Finanze di Camera e Senato che chiude i sette mesi di lavoro preparatorio per la riforma fiscale, il ministro dell’Economia ripropone la linea tracciata nella riunione di martedì con i sottosegretari. Mentre i tempi di approdo della delega slittano; ieri in conferenza stampa il premier Draghi ha di fatto escluso l’esame in consiglio dei ministri la prossima settimana. Segno che il lavoro è complesso, oltre a intrecciarsi a un calendario già fitto. Ma a questo punto il termine dei 31 luglio indicato nel Pnrr per la presentazione della delega salterebbe. Nel merito, il documento con le proposte votato nelle due commissioni guidate da Luigi Marattin (Iv) alla Camera e da Luciano D’Alfonso (Pd) al Senato ottiene una promozione quasi piena. Ma nel tracciare h legge delega il governo dovrà affrontare la variabile chiave dei saldi di finanza pubblica che nelle proposte parlamentari è rimasta un po’ sotto traccia. Con una premessa e una conseguenza; Franco chiude alle tentazioni di finanziare almeno parte della riforma in deficit («non credo sia uno scenario possibile con un debito pubblico al 160% del Pii», taglia corto), sostiene che le coperture devono arrivare da una «revisione strutturale delta spesa» e quindi prospetta un orizzonte attuativo lungo, in più anni. Messo in questi termini. Lo scenario rischia di smorzare molti entusiasmi sulle sorti della riforma tributaria. Ma il ridisegno è un passaggio necessario alla ripresa del Paese, concordato con la Uè nel programma di riforme collegate al Pnrr. Franco lo sa bene. E nella caccia all’equilibrio fra l’esigenza di mettere la riforma su un piano operativo e quella di non far suonare nuovi allarmi sui conti pubblici mette nella prima casella della cronologia degli interventi «l’azione di semplificazione e, più in generale, tutto quello che non ha un costo per le finanze pubbliche», che «andrebbe portato avanti da subito». A spingere per le prime posizioni c’è il riordino in Codici delle normative sparse in ogni legge, ma anche la rateizzazione degli acconti delle partite Iva. Sui punto però Franco frena, perché quello dell’Istat sul mancato impatto sull’indebitamento netto è «un parere preliminare» e oltre ai debito non va trascurato il fabbisogno. Perle misure che costano, ia delega proverà a trovare un impianto progressivo, che colleghi la loro introduzione ail’individuazione dei fondi per finanziarle. Tra queste c’è ovviamente il taglio Irpef, in particolare sulla terza aliquota, che potrebbe provare a farsi spazio nelle prime misure attuative. E l’Irap. Il suo mantenimento «non è più giustificato», spiega con nettezza Franco. Ma la via della fusione con l’Ires è meno semplice di quel che sembra: perché le platee delle due imposte non sono coincidenti (resterebbero da coprire circa 3 miliardi oggi versati da soggetti che non pagano l’Ires) e perché l’aumento delle aliquote dell’imposta delle società avrebbe una «funzione segnaletica» (ovviamente negativa) per gli investitori stranieri. Lo scoglio Irap, insomma, va affrontato, ma servono «più strade contemporaneamente», e servono risorse che potrebbero sostenere «un riordino anche solo parziale». La delega promette poi di riportare al centro della scena la riforma dell’Iva, già studiata da anni al Mef ma senza ricadute operative. Sul tema il documento parlamentare è piuttosto sintetico, e non sembra chiudere la porta a una revisione delle aliquote agevolate per trovare il gettito aggiuntivo utile a coprire altri tagli fiscali. Le indicazioni della Ue vanno nella stessa direzione. Ma in linea con i suoi predecessori il titolare dei conti italiani ribatte di non avere in mente «un aumento dell’Iva», ma «una razionaiizzazione del numero delle aliquote e anche una ricomposizione dei beni delle varie categorie» che avvenga però a parità di gettito. Tra le fonti di finanziamento, chiarisce Franco, non d sarà la patrimoniale. Anche perché le patrimoniali in Italia valgono già il 2,4% del Pii. Un dato in linea con la media Uè.