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ROMA – Basta con l’imperialismo francese. Evviva Thomas Sankara, il “Che Guevara d’Africa”, e pure i rivoluzionari che hanno costretto alla fuga l’ex presidente e golpista Blaise Compaoré (sostenuto da Parigi). Parole e promesse di Jean-Luc Mélenchon, pronunciate all’Università Ki Zerbo di Ouagadougou, in Burkina Faso. Lo stesso ateneo dove Emmanuel Macron aveva tenuto il suo discorso nel 2017 prefigurando un nuovo rapporto con l’Africa. Tutto falso e tutto sbagliato, secondo Mélenchon, che lo sfiderà alle presidenziali del 2020 con la sua ‘France insoumise’. Anche a partire dalla denuncia dell'”imperialismo”, scandita ai piedi del memoriale di Sankara al fianco degli attivisti di Le Balai Citoyen (Serge Bambara, in arte Smockey: “Mélenchon ha detto che vuole ispirarsi al nostro movimento”).

Tra i nodi c’è la presenza militare francese in Burkina Faso e nel Sahel. Alcuni giorni fa Macron ha confermato la conclusione a inizio 2022 della missione Barkhane, a oggi composta da circa 5.100 uomini. Nel Sahel i francesi resterebbero comunque, però, formando la “spina dorsale” dell’operazione europea Takuba al confine tra Mali, Burkina Faso e Niger. Secondo Mélenchon, Barkhane è “una spedizione militare priva di qualsiasi fondamento”. Sono stati cinque miliardi di euro buttati al vento, ha detto agli studenti di Ouagadougou, mentre il punto sarebbe “affrontare i problemi sociali che alimentano la guerra”. A rispondergli, nel dibattito all’Università, questa settimana, sono stati alcuni studenti. Secondo Salif Sawadogo, del corso di Letteratura e cultura africana, citato dal portale Burkina 24, la speranza è che in caso il prossimo anno fosse eletto Mélenchon, “non dimentichi il suo discorso rivoluzionario”.
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