La priorità dell’agenda autunnale è stata data da palazzo Chigi a tre questioni urgenti su cui non mancano fibrillazioni nella maggioranza come le misure anti-delocalizzazione e la legge annuale sulla concorrenza. Con a ruota la riforma del fisco. Ma la scadenza di metà ottobre per il varo della legge di bilancio, subito dopo l’aggiornamento del Def di fine settembre, si avvicina a grandi passi. E ha già fatto salire la tensione tra i partiti su molti interventi che impattano sulla manovra: dal caso cartelle fiscali e dalla possibilità di un alleggerimento immediato del cuneo alla riconfigurazione del Reddito di cittadinanza e al dopo Quota 100. Ad agitare ulteriormente le acque, in pieno semestre bianco e quando manca poco più di un mese alla tornata delle eiezioni amministrative e in pieno semestre bianco, sono arrivati il caso “green pass” alla Camera, e la richiesta di ieri di Matteo Salvini di una cabina di regia «per trovare soluzioni comuni».

Manovra: si parte da 20 miliardi.
Sulla manovra l’istruttoria tecnica non è ancora cominciata ma ci sono già state alcune riunioni preliminari. L’obiettivo di palazzo Chigi sembra essere sempre quello di spendere senza ricorrere a troppi tagli ma anche evitando di appesantire ancora il debito. E potrebbe essere centrato anche grazie al ritmo sostenuto con cui è ripartita l’economia. Al momento i tecnici del governo ipotizzano per fine anno un rialzo del Pii del 5,7-5,8% ma non si esclude di arrivare a +6%. Non sarà facile però mantenere questa “andatura” e recuperare le risorse per la manovra. Che parte con un’ipoteca da almeno 20 miliardi per finanziare i nuovi ammortizzatori, la Naspi, il dopo Quota 100, le misure mirate per la crescita (parallele a quelle del Recovery plan) i fondi per la sanità e le cosiddette “spese indifferibili”. Il tutto accompagnato da varie incognite: l’eventuale taglio del cuneo (intervento da 2-2,5 miliardi), le correzioni al reddito di cittadinanza e le possibili restrizioni da legare alla sicura proroga al 2023 del superbonus del 110%.

Riforma fiscale e caso cartelle.
Entro settembre dovrà essere presentata la delega sulla riforma fiscale originariamente attesa a luglio. Una riforma a lunga gittata (con orizzonte 2023) che sarà definita con il varo dei decreti attuativi. Ma sul nuovo Fisco restano diverse scuole di pensiero nella maggioranza. Con il governo che si è mostrato freddo sull’ipotesi caldeggiata dal Pd di una dote per i diciottenni da ricavare dalla tassazione sui più ricchi e sulla flat tax rilanciata dalla Lega. Una convergenza ci sarebbe sulla cancellazione dell’Irap. E un’intesa sarebbe possibile anche sull’ipotesi di taglio immediato al cuneo fiscale-contributivo che è sul tavolo del governo. La decisione sarà presa entro fine mese quando dovrà essere fatta definitiva chiarezza anche sul capitolo-cartelle. Dal primo settembre l’Agenzia delle Entrate-Riscossione ha dato il via in modo graduale alle “notifiche” delle cartelle congelate da marzo 2020 per l’emergenza Covid. Ma il centrodestra è andato subito all’attacco con Giorgia Meloni e con Matteo Salvini, che chiede un nuovo rinvio. Anche Fi ha sollecitato una riflessione. E su queste posizioni converge il M5 S che insiste per una nuova sospensione delle notifiche delle cartelle per poi rilanciare la rottamazione. Il Pd non la pensa allo stesso modo e sostiene che prima o poi le cartelle dovevano ripartire.

Reddito di cittadinanza.
Salvini e Matteo Renzi hanno messo il reddito di cittadinanza, che costa 7-8 miliardi l’anno, sul banco degli imputati in vista della manovra. La Lega punta a un forte ridimensionamento, condiviso anche da Fi. Iv ha addirittura evocato un referendum per bloccarlo. Ma i Cinque Stelle difendono a spada tratta il sussidio, appoggiati da Leu e Pd, che però lo definisce «migliorabile». E questa sembra essere anche la linea di Palazzo Chigi, intenzionato a tenere in vita lo strumento ma potenziando i controlli e rendendo più veloce l’accesso al lavoro dei beneficiari.

Pensioni e ammortizzatori.
La riforma degli ammortizzatori targata Orlando non convince, soprattutto per i costi (8 miliardi), il Mef e neppure alcune forze della maggioranza. Per Iv gli oneri andrebbero contenuti evitando la Cig gratis per le piccolissime imprese, e anche Lega e Fi non mostrano particolare entusiasmo nei confronti del progetto. La stessa sottosegretaria al Mef Guerra (Leu) ha fatto capire che una buona riforma si può fare anche con 5-6 miliardi. E sempre Leu, insieme a M5S e sindacati, spinge per il ricorso a nuove forme di flessibilità pensionistiche in uscita per il dopo Quota 100. Anche la Lega è contro gli interventi soft prospettati dal Mef ed esclude un ritorno secco alla “Fornero” ma con una ricetta in parte diversa da quelle di Leu e MgS. Mentre il Pd si mostra cauto e punta a misure strutturali.