Redazione

Il 2013 per le professioni è stato un altro anno difficile con un tendenziale calo dei redditi. Negli ultimi sei anni la diminuzione è stata superiore al 15 per cento. Questo quanto emerge sia dai dati 2013 di geometri, notai, commercialisti, ragionieri, consulenti del lavoro, infermieri, periti industriali e giornalisti sia dalle anticipazioni di Cassa forense e Inarcassa (ingegneri e architetti) che ancora non hanno reso noti i dati definitivi. Segnali di ripresa vengono registrati solo da notai e periti industriali. Per Andrea Camporese, presidente dell’Adepp, l’associazione che rappresenta venti casse di previdenza dei professionisti, si tratta di due segnali positivi in un contesto negativo: «I notai sono un po’ il polso del paese, ma considerando quanto si è perso negli ultimi anni, anche se qualcosa si sta muovendo, ancora non è abbastanza». Per Camporese il calo del reddito resta molto preoccupante e le leve su cui puntare sono i fondi europei, il welfare attivo e le risorse messe in campo con la Garanzia giovani che possono stimolare assunzioni presso gli studi. «Sono leve che però vanno utilizzate in modo sinergico sottolinea Campo rese noi abbiamo fatto la nostra parte investendo nel welfare 150 milioni in un anno». La libera professione, in questi anni di crisi, si è rivelata per molti neolaureati l’unica possibilità per “tentare” di lavorare. E, infatti, dal 2007 a oggi gli iscritti alle Casse private sono aumentati di 112mila unità (+ 14,3%). Se si entra nel dettaglio del settore, quello che registra la crescita maggiore è l’area giuridica (+23,6%), seguita da quella economico-sociale (+17,7%). Sotto la media invece le professioni tecniche (+ 12,6%) e sanitarie (+11,06%). Cresce, quindi, l’offerta mentre la domanda resta al palo. In termini di reddito la perdita media dal 2005 al 2013 per gli iscritti alle Casse aderenti all’Adepp è di 6mila euro, il reddito è passato infatti da 36.822 a 30.878 con un calo reale superiore al 15 per cento. Per i giovani sotto i 40 anni il reddito è passato da una media di 24mila euro se maschi e 21.050 euro se femmine, a rispettivamente 18.911 e 16.170 euro. Se dal dato medio passiamo alle singole categorie professionali, limitandoci agli over 40, si rileva che un calo superiore alla media interessa i notai, che hanno perso in sette anni più del 30% (circa 5omila euro), i geometri (24%, circa 6mila euro), i consulenti del lavoro (27%, circa 13mila euro). Per le donne le cose vanno anche peggio. La scomposizione dei redditi per sesso fa emergere uno spaccato di un paese dove la donna viene pagata sensibilmente meno del collega maschio. Inoltre la differenza di trattamento tra i generi è praticamente rimasta invariata negli ultimi anni. Non si tratta di una differenza marginale e tendenzialmente in calo. Il gap nel 2007 era del 13,87% e nel 2013 è del 14,49% con punte massime superiori al 17% di differenza nel 2010 e nel 2011. Se scorporiamo il dato per le singole professioni la forbice uomini-donne in molti casi si apre notevolmente. Sia dottori commercialisti che ragionieri commercialisti segnalano una disparità di entrate tra uomini e donne intorno al 25% per gli under 40; forbice che si allarga ulteriormente tra gli over 40 sia per i ragionieri, dove la differenza si attesta intorno al 30%, sia per i commercialisti dove supera il 45 per cento. La seconda professione, tra le otto analizzate, dove la disparità è intorno al 30% è quella dei periti industriali. Analoghe differenze esistono tra i notai, dove la forbice è del 32% a prescindere dalla fascia di età. Una situazione meno squilibrata interessa le donne geometra (meno 20% rispetto ai colleghi maschi) e le giornaliste (16% tra le giovani e 20% tra quelle con più di 40 anni). La professione infermieristica è quella dove lo stipendio non risente troppo della differenza di genere; la forbice è del 9% fra chi ha più di 40 anni. «È nota a tutti la disparità di trattamento nel mercato del lavoro – commenta Camporese – ma non immaginavo che il disequilibrio raggiungesse livelli così alti tra i professionisti. È necessaria una riflessione perché le donne sono evidentemente penalizzate conclude e l’azione potrebbe passare da iniziative di welfare; non dobbiamo dimenticare che le professioni sia in Italia che in Europa si stanno fortemente femminilizzando».

Il Sole 24 Ore