Andrea Mandaraccio

Il mondo è in una fase di cambiamento legata alla ricerca di un nuovo equilibrio che possa portare a una riduzione del debito globale e a un rilancio della produttività e della crescita economica. In questo contesto, simile ad altri momenti storici del passato, l’inflazione potrebbe tornare a giocare un ruolo rilevante anche per gli investitori.
Negli ultimi 35 anni la decrescita dei tassi di inflazione è stata una costante che ha fortemente caratterizzato le performance degli attivi finanziari sia obbligazionari che azionari. Tale trend si è giustificato con un periodo di “lotta all’inflazione” all’inizio degli anni ’80 (Paul Volcker e la lotta alla stagflazione), seguito da un processo di globalizzazione e di innovazione tecnologica che ha portato a un aumento della competitività, della capacità produttiva e, quindi, al contenimento dell’inflazione.
In tutto ciò, è stata significativa la riduzione dei tassi di rendimento degli attivi obbligazionari governativi in tutto il mondo sviluppato, fino ad arrivare ai recenti livelli negativi in taluni paesi.
La conseguenza diretta negli investimenti di questa tendenza disinflazionistica è la presenza dominante nei mandati di gestione per grandi investitori (come fondi pensione e fondazioni) di attivi obbligazionari (tipicamente nominali) e azionari; tutti gli asset legati all’inflazione sono stati utilizzati tipicamente in modo marginale e tattico, o tramite mandati alternativi per diversificare.
Questo scenario passato non rappresenta necessariamente l’evoluzione delle economie e dei mercati in un prossimo futuro.
Le politiche monetarie recenti hanno certamente contribuito a un aumento della domanda globale che potrebbe essere ulteriormente alimentata da politiche fiscali aggressive, come quella che il presidente Trump prospetta. In tal senso, il 2016 ha già mostrato i primi segnali di un possibile cambiamento di regime.
Diventa dunque opportuno ribilanciare i portafogli in modo da ridurne l’esposizione al trend disinflazionistico riportandolo ad un livello di maggiore neutralità. Il rischio maggiore che un investitore dovrebbe evitare è il ritrovarsi inconsapevolmente esposto a un contesto macro imprevedibile, ad esempio generato da inaspettati decrementi nella crescita o aumenti dell’inflazione: un cattivo posizionamento macro del portafoglio può essere molto dannoso in termini di rendimento di lungo periodo. Abbiamo studiato in dettaglio la sensitività macro di un universo molto ampio (circa 160 asset) verso le dinamiche di inflazione e crescita: gli studi realizzati mostrano per esempio che il benchmark tipico dei fondi pensione negli Stati Uniti (60% azioni, 40% bond nominali) è fortemente esposto a scenari di crescita economica positiva e di disinflazione. Ma cosa accade, per esempio, se l’inflazione dovesse tornare a livelli più in linea con le medie storiche? Ad avviso di chi scrive, modo più efficace per ribilanciare un portafoglio con un significativo bias verso la disinflazione è allora integrare i portafogli con strategie che abbiano un’esposizione verso l’inflazione in modo da mitigare la forte caratterizzazione macro del portafoglio; così facendo lo Sharpe Ratio del portafoglio aumenta sensibilmente, mentre il drawdown si riduce.
Le strategie multiasset offrono, in tal senso, delle soluzioni molto interessanti perché permettono di raggiungere un’esposizione a   driver di inflazione diversi e complementari, come tassi reali, materie prime, titoli azionari legati all’energia e alle risorse di base, commodity valute, ecc… e modulare tatticamente l’esposizione al premio al rischio e all’inflazione a seconda delle condizioni di mercato.

fonte: IL PUNTO