Per la seconda volta da quando la riforma Dini del 1995 ha cambiato il metodo di calcolo delle pensioni il montante contributivo subisce una svalutazione, sia pure leggerissima. Colpa della profonda recessione del Pii nel 2020. Sulla base del calcolo fatto dall’Istat del «valore del tasso annuo di capitalizzazione ai fini della rivalutazione dei montanti contributivi relativamente all’anno 2021», il ministero del Lavoro ha comunicato che «il coefficiente di rivalutazione è pari a 0,999785», cioè inferiore a 1. Il che determina una riduzione del montante stesso. Per fare un esempio, significa che un lavoratore dipendente con una retribuzione di 25mila euro che ha versato 8.250 euro di contributi (il 33%) si ritrova nel montante 8.248 euro, cioè due in meno. Il coefficiente sotto i è dovuto al fatto che, per legge, si calcola sulla variazione media del Pii nominale nei 5 anni precedenti l’anno da rivalutare. E nel 2020 il Pii è crollato dell’8,9%. Solo nel 2014 il tasso di rivalutazione era stato inferiore a i (0,998073), ma poi era intervenuto il governo con un decreto legge che aveva azzerato l’effetto negativo sul montante. Ieri i sindacati hanno chiesto al governo di fare cosi anche questa volta. La questione entra nel pacchetto di misure previdenziali che l’esecutivo sta valutando in vista della manovra di bilancio, che potrebbe dedicare a questo capitolo circa 5 miliardi, in parte per il nuovo meccanismo di indicizzazione delle pensioni, sul quale si scaricherà l’inflazione in rialzo, in parte per l’estensione delle categorie di lavori gravosi ammesse all’Ape sociale (assegno fino a 1.500 euro dal 63esimo anno e fino alla pensione). Ieri, in audizione alla Camera, sia il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, sia Cesare Damiano, che ha guidato la commissione ministeriale sui lavori gravosi, si sono espressi in favore dell’estensione della platea. La commissione ha censito una trentina di lavori gravosi, compresi forestali, estetisti.molte categorie di operai, che si potrebbero aggiungere agli attuali 15. Costo: 126 milioni nel 2022 poi di più fino a 805 milioni nel 2026. Tridico ha anche passato in rassegna le proposte per sostituire Quota 100, che scade a fine anno. Rilanciando la sua ipotesi: consentire l’uscita a 63-64 anni con una pensione ridotta, calcolata solo sulla quota contributiva (a patto che sia pari ad almeno 1,2 volte l’assegno sociale, cioè 552 euro), che poi verrebbe integrata a 67 anni con la quota maturata nel sistema retributivo. Costerebbe, dice Tridico, che ha definito la sua proposta una sorta di «Ape contributiva», solo 453 milioni nel 2022, fino a un massimo di 1,1 miliardi nel 2025. Interesserebbe circa 50mila lavoratori nel 2022, 66mila nel secondo anno, 87mila nel terzo. Secondo il presidente dell’Inps questa soluzione sarebbe «pienamente sostenibile» per il bilancio perché l’anticipo della pensione riguarderebbe solo la parte maturata sui versamenti che ricadono nel calcolo contributivo (dopo il 1995). Tridico ha invece ribadito che la proposta sindacale (e della Lega) della pensione con 41 anni di contributi senza limiti d’età sarebbe troppo costosa: 9 miliardi a regime. Cosi come il riscatto laurea gratuito: 4-5 miliardi l’anno.