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ROMA – Lo scheletro dell’Holiday Inn impedisce di vedere il mare e per un attimo toglie anche il respiro. Sembra di ritrovarlo, quel respiro, insieme con l’odore di sale, tra le palme sulla Corniche: due ragazzi si tuffano sollevando schizzi; più in là, oltre la statua che ricorda l’attentato al primo ministro Rafik Hariri, ucciso il 4 febbraio 2006 insieme con altre 21 persone di fronte all’Hotel Saint Georges, turisti libanesi si fanno selfie sullo sfondo dei faraglioni. L’Holiday Inn è l’hotel della guerra civile. Un colosso di cemento, sventrato e vuoto, come fosse ancora lì, sulla Green Line, la linea del fronte. La guerra è finita nel 1990 ma il Libano ne sta combattendo un’altra. Dopo l’assassinio di Hariri e il ritiro delle truppe siriane, si legge in un reportage pubblicato dal web magazine Oltremare, il nemico però non ha volto: è la crisi economica, aggravata dalla pandemia di Covid-19, simboleggiata dal disastro, di sicurezza, sociale e umano, dell’esplosione al porto di Beirut.

È lì, di fronte all’hangar 12, dall’altra parte della superstrada che costeggia il mare, che incontriamo Rami. Ha 13 anni e, mentre guarda lo smartphone, i suoi occhi di ragazzo non si fermano un attimo. “Il tuo schermo è proprio come quello di mio fratello grande” dice: “Ha promesso che me lo darà, prima o poi, quando ne avrà un altro”. Libanese vero, Rami non ha nessuna voglia di piangersi addosso. Non che abbia dimenticato i boati, i vetri andati in frantumi, la paura. Quelle sei del pomeriggio del 4 agosto 2020 a Beirut le ricordano tutti: figurarsi in casa sua, aggrappati alla collina, proprio sopra il porto. Oggi, oltre container e rimorchi dimenticati, c’è un enorme blocco di cemento, come il moccolo di una candela: dicono fosse la sede delle dogane, oggi è il simbolo dello sfacelo. Dal porto, miraggio e allucinazione, escono pure automobili bruciate. Le stanno trasportando carri attrezzi, chissà dove e chissà perché adesso. L’esplosione, causata da 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio immagazzinato per sei anni senza misure di sicurezza, ha ucciso almeno 218 persone, sventrato palazzi e mandato in frantumi vetri anche a decine di chilometri di distanza. I feriti sono stati oltre 6mila.

Rami non si è fatto nulla. Stava sopra al porto e c’è rimasto, facendo i conti con la pandemia di Covid-19. Dell’anno scorso ricorda di non essere mai andato a scuola. Chiamatela didattica a distanza, se vi pare: lui ha fatto i turni per lo smartphone del fratello, ascoltando i messaggi della maestra su WhatsApp se c’era internet. “Ora le lezioni dovrebbero essere in presenza” sorride. “Mi piacerebbe un sacco tornare a scuola anche se non sappiamo bene come fare, se ci sarà l’autobus e quanto costerà il biglietto”. La benzina, con le forniture che arrivano a singhiozzo e le file ai distributori, è uno dei nodi del Libano oggi. Come il carovita che non dà tregua, la mancanza di elettricità e le medicine sempre più difficili da trovare, la linea rossa che tanti non avrebbero pensato potesse essere mai superata. La madre di Rami si chiama Elian. Ha 44 anni e se le chiedi cosa sta facendo il governo per le vittime dell’esplosione mostra un sorriso. È lo stesso che fanno tutti, una smorfia amara che ritorna, dal porto fino alla collina di Jdeideh: vuol dire nulla di nulla. “Qui ci sia aiuta solo tra noi” sospira Elian.

“Mio marito ha bisogno di cure ma non ha assicurazione medica perché è disoccupato: l’unico aiuto lo abbiamo dalle suore del Buon Pastore”. Sono loro, con il supporto della onlus Good Shepherd International Foundation, collegata alla Federazione degli organismi cristiani di servizio internazionale volontario (Focsiv), ad aver organizzato l’incontro. Animano una rete di assistenza che va su e già per i quartieri e ha come centro il dispensario Saint’Antoine: situato sulla collina di Jdeideh, affiancato da un centro sociale nella cittadella sciita di Roueissat e sostenuto dall’università gesuita di Saint Joseph, assiste cristiani e musulmani, libanesi, iracheni e siriani, senza alcuna distinzione. “A chi non ha soldi non chiediamo di pagare, chi può contribuisce come riesce” spiega suor Antoinette Assaf, 54 anni, la direttrice. “Ci attiviamo per cercare i farmaci, se serve mettendo a disposizione fondi dal nostro budget di emergenza; il nostro motto è ‘La religione è per Dio, il dispensario per tutti'”.

In Libano, con ormai tre persone su quattro in povertà, quella sanitaria è un’emergenza nell’emergenza. Spesso gli scaffali delle farmacie e dei centri di prima assistenza sono vuoti. Il governo denuncia speculazioni degli importatori, mentre si moltiplicano le chiamate d’aiuto al Dispensario. Superato l’ingresso, incontriamo una signora vestita di nero, il capo coperto da un foulard. Si chiama Fadila, è originaria della città siriana di Homs ed è qui in cerca di medicinali per il diabete: sono per suo nipote, Hamzi, che ha cinque anni. “E’ nato quando eravamo già in Libano” racconta: “Abbiamo lasciato la Siria dopo l’inizio della guerra e qui a Jdeideh non abbiamo mai avuto problemi, anzi siamo sempre stati accolti”. A chiedere aiuto, per i farmaci, l’affitto o la retta scolastica, non sono però più solo i rifugiati delle mille guerre mediorientali. Il Libano è il Paese al mondo che ne ospita di più in rapporto alla propria popolazione. Oggi però i bisognosi non stanno solo nei campi profughi. A soffrire con i palestinesi, i siriani e gli iracheni, sono tanti libanesi. Dimenticate la “Svizzera del Medio Oriente”: anche se a guidare il nuovo governo è Najib Mikati, secondo la rivista Forbes l’uomo più ricco del Libano, la storia ha preso un’altra piega. Di un’emergenza “su tutti i fronti” ci dice Alessandra Piermattei, direttrice della sede di Beirut dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics): “Le autorità locali hanno stimato in un milione e mezzo solo il numero dei cittadini siriani, ma a pesare negli ultimi due anni è stata soprattutto una crisi economica devastante”. Dal 2019 a oggi il valore della lira libanese è crollato del 90 per cento rispetto al dollaro. Le importazioni sono diventate più care e a volte inaccessibili, determinando penuria di beni essenziali, dalle medicine, mentre negli ospedali si lotta contro il Covid-19, al gasolio, necessario per alimentare i generatori e dare elettricità. Dal 2012 la Cooperazione italiana ha investito in Libano circa 116 milioni di euro solo per affrontare la crisi dei rifugiati siriani. Nell’ultimo biennio l’impegno si è però ampliato e approfondito, secondo Piermattei: “Abbiamo sostenuto azioni volte al sostegno delle fasce più vulnerabili della popolazione libanese, in armonia con gli interventi a sostegno dei rifugiati stranieri”.

A chiarire come stiano le cose aiuta padre Michel Abboud, presidente di Caritas Libano. “Chi un tempo donava ora ci chiede aiuto” spiega allargando le braccia. Non fa nomi, né condivide contatti per nuove interviste, perché c’è la dignità da difendere, il bene più prezioso per i libanesi. Ce ne parla anche Hessen Sayah, che per Caritas coordina il dipartimento migrazioni. La incontriamo in uno “shelter”, un rifugio che accoglie le ultime, le più vulnerabili di tutte. Sono le donne migranti, attirate in Libano dalla speranza di guadagni e rimesse da inviare alle famiglie rimaste nel Paese di origine. A Beirut sono finite in trappola, vittime della “kafala”, il sistema di patronato che per prima cosa toglie il passaporto e la libertà.

“E’ una schiavitù moderna ed è favorita dai divieti imposti dai governi, che trasformano da subito le vittime in clandestine, invisibili e senza diritti” dice Sayah. Il riferimento è anche alla legislazione introdotta nel 2008 dall’Etiopia, il Paese dal quale proviene il numero maggiore di ragazze, adescate dalle agenzie di intermediazione al lavoro tra Addis Abeba e Beirut.

“Molte di loro oggi vogliono tornare in patria ma non hanno i soldi per i biglietti aerei e poi c’è il problema dei passaporti” spiega Marco Benedetti, rappresentante di Celim Milano, una ong italiana socia di Focsiv impegnata nella difesa delle lavoratrici domestiche: “Durante la pandemia ci sono state manifestazioni di protesta, ad esempio di fronte alla sede dell’ambasciata etiope”.

Riuscire a fare una telefonata ed essere accolti nel rifugio di Caritas significa sottrarsi agli abusi e anche alle violenze fisiche. C’è poi un percorso di assistenza, con denunce alla polizia e consulenze legali. Infine, la speranza di rientrare in patria, con un percorso sostenuto da Aics, seguito dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) e implementato anche da Cvm, un’altra ong italiana, che in Etiopia cura progetti di reinserimento sociale e professionale. Prima di andar via, allo “shelter”, in cortile, ci saluta Hope: in Sierra Leone vuol dire speranza, ma a Beirut i padroni di casa l’hanno buttata in strada quando hanno scoperto che era incinta.
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