Solo il 14% delle domande per il reddito di cittadinanza proviene da famiglie di over 67. Questo significa – stando ai dati Inps del 24 aprile – che su 947 mila richieste di sussidio, quelle per la pensione di cittadinanza sono appena 133.252. E se la percentuale di rifiuti verrà confermata – 25%, un quarto – di queste solo 100 mila saranno accolte. Siamo dunque ben lontani dalle promesse elettorali e di inizio governo. Quando i due vicepremier Salvini e Di Maio ripetevano che avrebbero alzato «le pensioni minime e di invalidità, perché è un’indecenza» ai mitici 780 euro. Non poteva essere così, visto che parliamo di oltre 6 milioni di pensioni sotto quella soglia. E infatti non è cosi: al massimo solo il 2% degli assegni sarà rimpolpato. Ma le attese create si sono trasformate in delusione e rabbia. Il primo giugno i pensionati la sfogheranno in piazza del Popolo a Roma, nella manifestazione indetta da Cgil, Cisl e Uil. Come mai così poche domande? I paletti della legge, intanto. Per ricevere la pensione di cittadinanza, tutti i mèmbri della famiglia – oltre ai limiti di reddito e patrimonio – devono avere almeno 67 anni (a meno che non ci sia un disabile). Se uno ha 67 anni e il coniuge 62, ad esempio, non possono prenderla, anche se sono poveri. L’altro ostacolo è poi la casa. Gli over 67 sono in grande maggioranza proprietari, magari della casetta al paese eredi tata dai genitori. Ma in questo caso la pensione di cittadinanza tolto il contributo all’affitto – si abbassa. E dai 780 si finisce ai 630 euro al mese. Una soglia pari a quanto più o meno prende un 70enne che aggiunge alla pensione integrata al minimo (513 euro) la maggiorazione che spetta per legge (136,44 euro). Stesso discorso per gli assegni sociali, come segnalato da un recente studio Uil. Tra l’altro anche a livello fiscale, pensione e pure reddito di cittadinanza rappresentano una beffa. Sempre la Uil dimostra che un pensionato di cittadinanza con 780 euro al mese paga zero tasse. Un suo coetaneo con la stessa pensione lorda ne incassa il 6,35% in meno, per via di Irpef e addizionali. Così anche un lavoratore da 780 euro al mese: in un anno versa 529 euro di tasse, centrali e locali. In tasca gli rimangono 8.831 euro all’anno anziché i 9.360 euro tondi di cittadinanza, ovviamente esentasse. Meno pure di quanto resta a una partita Iva start up (8.892 euro) che deve al fisco solo il 5%, aliquota di vantaggio. Sperequazioni evidenti, segnalate in audizione parlamentare da Ivana Veronese, segretaria confederale Uil che chiedeva di alzare la no tax area per i redditi da lavoro dipendente e pensioni a 10 mila euro (da 8 mila), «perché tutti paghino le stesse tasse». Idea caduta nel vuoto. La macchina del reddito intanto va avanti. Le 947 mila domande arrivate sin qui (26% Nord, 19% Centro, 55% Sud) rappresentano qua si il 75% della platea stimata dal governo (1.271.678). Tra le Regioni, in testa ci sono Campania (160 mila), Sicilia (150 mila), Lazio (87 mila), Puglia e Lombardia (83 mila). Tra le città, svetta Napoli (oltre 92 mila), seguita da Roma (60 mila), Palermo (44 mila), Catania (33 mila), Milano (32 mila), Torino (31 mila). E gli stranieri? Hanno presentato 115.770 domande, il 12% del totale: quasi 30 mila da cittadini Uè e 86 mila da extra Uè. Tra le nazionalità spiccano la Romania (23.355) e il Marocco (21.198). Più giù Albania (9.724), Ucraina (4.836), Tunisia, Egitto e Nigeria (circa 4.400). Bisognerà poi capire quante di queste alla fine saranno accettate, visti i requisiti molto rigidi di residenza. Ma i controlli scatteranno solo in una seconda fase. Per ora l’obiettivo è mettere i soldi sulla card gialla.

FONTELa Repubblica
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