quirinale,-la-mappa-dei-franchi-tiratori:-la-politica-del-‘primum-vivere’

ROMA – Magari fossero centouno. Di franchi tiratori, nella prossima battaglia per il Quirinale, ce ne potrebbero essere molte volte di più. Ma sono tutti accomunati dalla paura del voto. Per questo la partita del Quirinale e quella di Palazzo Chigi si tengono indissolubilmente.

La truppa Dem – giovani turchi, criptodalemiani, renziani, chi lo saprà mai? – che nel 2013 affossò con un applauso la candidatura di Romano Prodi, ha conquistato un posto nella storia con un’azione di cecchinaggio tanto spietata quanto precisa. Costò il Quirinale a Prodi e la premiership a Pierluigi Bersani.

Comune con quella vicenda è il campo di battaglia: il voto segreto per eleggere il capo dello Stato. Ma questa volta la posta in gioco è più sfuggente. Diverso l’obiettivo da colpire, non per forza la leadership del partito di appartenenza. Diversa la spinta di fondo: lì si era a inizio legislatura. Qui gli “spiriti liberi” dell’urna – spiriti animali? – hanno in definitiva una sola grande motivazione per mettersi al servizio di un gioco inconfessato: allontanare il momento delle elezioni. Ecco come si declina questa pulsione nel corpaccione dell’ultimo Parlamento a 945 membri, e quanti franchi tiratori potrebbero entrare in azione, armati di carta e penna.

I MISTER 100MILA EURO – Un calcolo tanto brutale quanto semplice: se l’elezione del Capo dello stato portasse alla fine anticipata della legislatura, e si andasse a votare questa primavera, con un anticipo di 12 mesi rispetto alla scadenza naturale della primavera 2023, ciascun deputato perderebbe 168mila euro. Ogni senatore rinuncerebbe a 192mila euro. Ovviamente la perdita si ridurrà quanto più durerà la legislatura. In ogni caso un potente stimolo per impedire che al Colle vada una personalità in grado di affossare il governo. Una spinta motivazionale in grado di indurre alla riflessione ognuno dei 945 eletti.

I BABY PENSIONANDI – E’ una sottocategoria della precedente. Il 24 settembre del 2022 i neo-eletti maturano il diritto alla pensione, che scatta a 4 anni sei mesi e un giorno di legislatura. Si tratta di contributi – circa 50mila euro – che produrranno i loro effetti quando gli onorevoli avranno 65 anni. Per raggiungere questo obiettivo è sufficiente che l’eventuale crisi di governo si produca in estate. Lo scioglimento delle Camere consentirebbe di maturare diritti e contributi fino all’elezione delle nuove, prevedibilmente con elezioni a settembre-ottobre. Tirare a campare fino all’autunno è dunque l’imperativo. Anche in questo caso, un incentivo forte a non sconquassare gli equilibri di legislatura con una improvvida elezione al Colle. Ma quanti sono i neoeletti e dove siedono? Sono in totale 690 sul totale di 1009 grandi elettori, di questi 446 deputati (su 630) e 244 senatori (su 315). La Lega è il gruppo con il numero più alto di neo eletti, rispettivamente 123 neo-deputati sui 133 e 57 senatori su 64. Ma le percentuali sono alte per tutti i gruppi, anche per il Pd e Leu che sono i gruppi con il minor numero di neo eletti, ma comunque con percentuali superiori al 40%. Primum resistere.

MISTI, TRANSFUGHI E APOLIDI – Dall’inizio della legislatura 267 parlamentari eletti con un partito hanno cambiato casacca in Parlamento. Sono stati 57 solo nel 2020, e 119 nel 2021 (dati Openpolis). Il solo M5s l’anno scorso ne ha persi 95. Il grosso dei transfughi è finito nei gruppi Misti di Camera e Senato dove nella stragrande maggioranza dei casi hanno aderito a una componente, non avendo i numeri minimi per costituire gruppi. A fronte di soli 6 gruppi autonomi presenti nei due rami del Parlamento, il gruppo Misto del Senato (47 membri) conta 7 componenti. Quello della Camera (66 membri) ne vanta 6. Alla Camera, poi, 25 deputati non sono iscritti a nessuna componente. Al Senato gli apolidi sono 26. Una vera e propria Babele che riguarda 113 parlamentari. Più del 10 per cento dei grandi elettori. Se si votasse anticipatamente, e con l’orizzonte di un Parlamento con 345 posti in meno, molti rimarrebbero fuori. Per tanti, in sostanza, alle elezioni non ci sarà più una candidatura come quella che li ha portati in Parlamento. E nei nuovi gruppi – Fratelli d’Italia e Lega sono i partiti che li hanno accolti di più – le cortesie per gli ospiti non vanno di moda.

DISSENZIENTI, MA CON GIUDIZIO – Sono tradizionalmente il vero brodo di coltura dei franchi tiratori. Il meccanismo è semplice: si vota contrariamente alle indicazioni del partito al preciso scopo di colpire il segretario. Bersani ne sa qualcosa. Nella famosa riunione del Capranica, l’applauso del gruppo Pd al nome di Prodi mascherò dietro l’acclamazione il dissenso organizzato, che si espresse poi nel voto segreto in aula. Ma i 101 entrarono in azione il 19 aprile del 2013, poco più di un mese dopo le elezioni del 24 e 25 febbraio. C’era tutta la legislatura davanti. Renzi conquistò la segreteria dem e poi la presidenza del consiglio, scalzando segretario e vicesegretario dai rispettivi posti. Ora invece il voto è in ogni caso alle porte, non più lontano di un anno e qualche mese. E i segretari hanno dalla loro una formidabile arma: la legge elettorale. Con il Rosatellum, un terzo dei parlamentari viene deciso col maggioritario in sfide di collegio. Per giunta, coi collegi più grandi disegnati dal taglio dei parlamentari. E’ il segretario che decide chi corre dove. Ancora più forte è il suo potere nel caso degli altri due terzi di seggi, quelli attribuiti col proporzionale. Le liste bloccate sono in mano al leader (per questo molti attribuiscono a Enrico Letta e a Matteo Salvini l’indisponibilità a cambiare sistema di voto). Di conseguenza se il dissenso interno ai partiti – minoranze organizzate ci sono nel Pd, nella Lega, in Forza Italia, nel M5s – si esprimesse coi franchi tiratori, a rimetterci potrebbero essere proprio le minoranze. A quel punto, infatti, il voto anticipato sarebbe inevitabile e il combinato disposto di Rosatellum e taglio dei parlamentari farebbe giustizia di traditori veri o presunti.

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