Da Bologna allo ‘scandalo geologico’, il don: “Guardate al Congo”

BOLOGNA – Da un anno c’è un sacerdote bolognese che vive nella Repubblica democratica del Congo, nella provincia del Sud Kivu, aggregato alla missione dei padri saveriani nella locale parrocchia di Kitutu. E lĂ , oltre a fare “il mio mestiere di prete”, è anche un testimone in prima linea delle condizioni di povertĂ , di sfruttamento e anche delle situazioni di violenza che vive la popolazione congolese. Un quadro che, per forza di cose, stride con il benessere diffuso a Bologna, con “il luccichio e la ricchezza ostentata”, in particolare nel periodo delle feste natalizie, “a differenza di una condizione impoverita” in Congo, dove peraltro il Natale “non viene vissuto in maniera consumistica”. E’ per questo che don Davide Marcheselli, in un’intervista all’agenzia Dire, prima di fare ritorno in Africa, lancia un appello ad “aprire gli occhi”.

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PerchĂ© anche a distanza di migliaia di chilometri, “si può fare qualcosa” per aiutare la popolazione congolese. Ad esempio, facendo pressioni sulla politica italiana e le banche in particolare per “rendere piĂą difficile la produzione e la vendita delle armi” in questi Paesi. Don Davide non è alla sua prima esperienza in Africa. Dal 2004 al 2014 è stato in forza alla missione di Mapanda, in Tanzania, sostenuta dalla Chiesa di Bologna. Tornato sotto le Due torri è stato parroco di Cristo Re fino all’anno scorso, quando il ‘mal d’Africa’ ha vinto e ha ripreso la rotta a sud dell’Equatore, con la prospettiva di fermarsi in Congo per gli anni a venire.

“La Tanzania è una nazione pacificata- racconta don Davide, rientrato per un breve periodo a Bologna in novembre per alcuni impegni personali- mentre il Congo è un’area sotto violenza, instabilitĂ  e insicurezza. Sono contesti simili dal punto di vista della natura e della povertĂ , ma anche molto diversi”. Kitutu si trova a 240 chilometri da Bukavu, il capoluogo del Sud Kivu. “Io faccio il prete- sorride don Marcheselli- quindi il missionario e animo le comunitĂ  cristiane facendo celebrazioni e sacramenti. Ma oltre a questo faccio una presenza di ascolto delle difficoltĂ  della realtĂ  locale e quindi anche un tentativo di sostegno anche dal punto di vista di tutela dei diritti umani, per il poco che mi è possibile”. La situazione di quell’area vede infatti “tante forme di sfruttamento, quindi il desiderio e c’è la voglia di operare per dare un piccolo contributo alla pacificazione di quella zona”.

Secondo il missionario, “è importante sapere come è fatto il mondo lì per comprendere anche come gira il mondo qui, soprattutto in termini di economia globale”. Il Congo, spiega don Marcheselli, è “particolarmente ricco, in generale è considerato lo scandalo geologico del Pianeta perchè tutto il sottosuolo, in particolare nella regione del Kivu, è ricchissimo di tutto ciò che può essere utile all’industria, all’hi-tech e anche all’industria green che sta esplodendo. Si trova il coltan, che serve per i microchip e i circuiti, ma anche l’oro e il rame. Di certi minerali la produzione mondiale per oltre il 50% viene dal Congo”. Quindi questi luoghi, riferisce il missionario, “affinchĂ© sia possibile l’esportazione di questi materiali in maniera quasi gratuita, vengono mantenuti in una condizione di belligeranza, di violenza diffusa o di guerra a bassa intensitĂ . Dove regna la violenza, lo Stato non è presente oppure è connivente per lo sfruttamento dei terreni. Di fatto questa è la realtĂ  che io vedo e che sperimento nelle relazioni con le persone di tutti i giorni”.

Il territorio della parrocchia di Kitutu, in particolare, è ricco di oro. “E perchè possa essere esportato in maniera gratuita- spiega don Davide- la gente viene vessata, i terreni vengono espropriati illegalmente, l’esercito viene pagato illecitamente per sostenere i depredatori e il povero contadino si vede spossessato della sua terra e impoverito delle sue ricchezze, sia del Paese sia personali. Quindi la mia presenza lì, oltre all’attivitĂ  liturgica, pastorale e formativa, è anche di testimonianza di queste realtĂ ”. In poche parole, afferma il missionario, “perchè una parte del mondo possa continuare ad arricchirsi e a vivere in condizioni di benessere diffuso, ci sono altre parti del mondo, ben consistenti, dove l’impoverimento regna sovrano”.

L’opinione pubblica, però, a tutto questo “non guarda, probabilmente anche perchè non vengono offerte occasioni- sottolinea amaro il sacerdote- le notizie sul Kivu e l’Ituri, dove c’è un livello di violenza altissima e che tante volte viene da Paesi esterni, non vengono diffuse dall’informazione mainstream”. Ma un’informazione di questo tipo, una volta appresa, “non può lasciarti distaccato- avverte don Marcheselli- richiede una presa di coscienza e una forzatura al cambiamento. E allora c’è anche chi non vuole sapere certe cose pur di mantenere uno stile di vita e un sistema finanziario-economico come vediamo dalle nostre parti”. Cosa si può fare, allora? “La prima cosa è informarsi e cercare informazioni il piĂą possibile in presa diretta- spiega il missionario- come siti di lingua francese con un’informazione piĂą approfondita e accessibile. La seconda cosa è fare un viaggio da quelle parti e mettersi in gioco, uscendo dalla ‘fortezza Europa’ per conoscere queste realtĂ  da vicino, per aprire gli occhi e affezionarsi a problematiche altrimenti lontane”. Ma non è tutto. Come italiani, sostiene don Marcheselli, “potrebbe essere utile tentare di imporre al nostro Stato una regolamentazione piĂą ferrea sull’esportazione delle armi. Cioè cercare le modalitĂ  per cui il popolo italiano imponga e controlli i propri governanti perchè le armi non vengano vendute in maniera facilitata in altre parti del mondo”. Oppure si può chiedere “alle banche di essere attente alla gestione dei nostri interessi- continua il sacerdote- non mettendo a disposizione i nostri denari per finanziare le ditte che producono o commerciano armi. Anche questo può essere fattibile da noi. E se la nostra banca non cambia politica finanziaria, si può magari cambiare banca”. Infine, gli italiani potrebbero “insieme fare forza affinchè i nostri politici appoggino in modo sempre piĂą consistente chi in Congo si batte, ad esempio, per ottenere un tribunale internazionale per giudicare i responsabili di tutti gli eccidi compiuti in Congo al 1996 a oggi, come chiede da tempo il premio Nobel congolese Denis Mukwege”. Di queste persone, del resto, “si sanno nomi e cognomi e alcuni sono anche politici affermati”, sottolinea il missionario.

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