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Senza avere l’ambizione di indicare la via, alcuni degli aspetti quantitativi e qualititativi emersi dalla lettura dei bilanci 2020 delle Casse di Previdenza possono essere un ottimo punto di partenza per alcune riflessioni di più ampio respiro sia sull’operatività di questi enti sia, più in generale, sul modello di welfare mix italiano.

a) Pur con sensibili differenze tra le singole Casse, anche in ragione delle singole attività professionali, la coorte dei professionisti “invecchia”, si potrebbe dire in linea con il Paese, ma la considerazione non deve condurre ad arrendevolezze (sempre meno in media, secondo i dati AdEPP, gli under 40, passati dal 33,6% del 2005 al 21,5% del 2019). Lo stesso vale per il dato delle professioniste, anche se sempre più positivo, con un +10% negli ultimi 13 anni, con il raggiungimento della media del 40,6%, che per alcune Casse ha portato a un ribaltamento di genere in alcune Regioni, soprattutto nelle giovani generazioni nel Centro-Nord). È chiaro che questi temi non sono nuovi, ma l’occasione di affinare/ripensare il sistema passa per questa tempesta, o l’occasione sarà persa.

Si tratta non solo di dare assistenza a queste categorie in termini di sostegno al reddito e di servizi per la famiglia, ma anche di lavorare con ancor più forza per far sì che gli attivi delle Casse possano essere destinati (con un certo grado dovuto di sicurezza) all’investimento per la crescita e nell’ammodernamento delle professioni di riferimento. Magari perdendo qualcosa in termini di rendimento (non è detto), ma guadagnando in termini “assicurativi” sul fatto che la presenza di giovani, uomini e donne – che a oggi, in alcuni ambiti libero-professionali, percepiscono tuttora meno reddito dei colleghi uomini (-45%, dato AdEPP) a parità di attività prestata) – garantirà una maggiore tenuta prospettica delle Casse stesse in termini di patto intergenerazionale. È chiaro che anche il legislatore è chiamato a questo esercizio, come per altri versi ha tentato di fare sul tema degli investimenti a lungo termine, superando i limiti di un’imposizione fiscale che penalizza la previdenza dei professionisti, tassata sia in fase di accumulo che di prestazione.

b) La tecnologia e il telematico. Si tratta di lavorare sull’ammodernamento sia degli strumenti sia delle logiche della professione. Questo ragionamento vale, per esempio, nel settore dell’avvocatura, dove il telematico è sia amico che potenziale nemico: una progressiva dematerializzazione della consulenza e dell’assistenza legale, sempre più a distanza e tramite depositi telematici e udienze “scritte” e non dibattute, da un lato consente di superare il limite territorio e i costi legati a spostamenti e all’avere strutture/uffici in realtà poco accessibili da parte dei neoprofessionisti; di converso può definitivamente mettere in crisi quelle realtà professionali che hanno fatto forte leva sulla prossimità territoriale (definiti, nel settore, “domiciliatarie”) o che hanno mantenuto un grado di formazione trasversale e poco settorializzato.

L’ingresso a pieno titolo del telematico può favorire le realtà più strutturate e, in questo senso, la creazione di sinergie e reti (compreso il superamento di limiti fiscali alle unioni professionali) può dare nuova ragione al mondo delle “PMI” della professione; potenzialmente vincenti, nel medio termine e almeno in Italia, sulle law firm di matrice internazionale. Anche qui, l’utilizzo ancor più forte di investimenti mirati e di veicoli di supporto alla riconversione/telematizzazione di alcune realtà professionali da parte delle Casse può essere importante.

c) La razionalizzazione degli interventi assistenziali. Tema complesso che attiene all’assenza di una vera e propria mappa delle provvidenze di sostegno al reddito, di carattere sociale e socio-sanitario, e per lo sviluppo della professione. Il mondo dell’assistenza vede tutta una serie di interventi non perfettamente coordinati a livello verticale (dallo Stato all’ente locale) e orizzontale (pubblico e privato). L’assenza di un vero censimento e di un ragionamento compiuto sulle possibili duplicazioni di prestazioni (non nominalistiche, ma sostanziali) o sulle aree di perdurante scopertura, pur a fronte di un impianto di welfare mix più che robusto, può condurre a non veicolare puntualmente, in termini di risultati attesi, le risorse (per definizione) limitate di cui si discute.

Meritevole poi di particolare attenzione la questione della cosiddetta compensatio lucri cum damno, in caso di eventi avversi che possano colpire il patrimonio o la salute del professionista. È bene ricordare come la giurisprudenza sia molto attenta nel valutare se e quali benefici possano sommarsi al risarcimento del danno patito in occasione di un evento avverso. A mero titolo di esempio, è normalmente esclusa – pur con severi dubbi al riguardo – la possibilità di cumulare gli indennizzi derivanti da più polizze infortuni o trattamenti per inabilità o invalidità e risarcimento del danno. Questo argomento, apparentemente di interesse per i soli legali, impone di evitare di strutturare provvidenze che in concreto non si cumulino con quelle che il professionista possa vantare presso il danneggiante o altre assicurazioni e, soprattutto, di comprendere se la Cassa, in questo caso, abbia o meno titolo per agire per il recupero di quanto pagato (o, di contro, possa subire azioni da parte di terzi in via di surroga).

Temi, alcuni più monitorati, altri meno, che in questo cammino di resilienza e, di prossima (auspicata e apparentemente già tale) ripresa devono ragionevolmente essere posti – assieme a tanti altri – come spunto per un affinamento/revisione dei modelli di welfare, latamente intesi, e di operatività delle nostre Casse di Previdenza e Assistenza.