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Di Marialaura Iazzetti

MILANO – Ti aspetti il Pd, e invece spunta il M5S, mentre la maggioranza (soprattutto su un nome) sparge voti e si divide, seguendo le emozioni del momento. Dopo l’elezione a scrutinio segreto dei tre grandi elettori lombardi per il prossimo Capo dello Stato, al Pirellone si iniziano a fare i conti per cercare di capire quali siano le dinamiche che hanno guidato le forze politiche durante le operazioni di voto. I tre delegati sono il governatore Attilio Fontana (che ha preso 47 voti), seguito dal presidente del consiglio regionale Alessandro Fermi (31 voti) e dal consigliere M5S e membro dell’Ufficio di presidenza a Palazzo Pirelli, Dario Violi (22 voti). In aula erano presenti 75 consiglieri su 80.

Guardando con attenzione i risultati, si evince come tra Fontana e Fermi ci sia stato uno scarto di 16 voti: un numero che fa pensare, anche perché sia il governatore che il presidente (quest’ultimo da pochi mesi) sono entrambi membri del Carroccio e dunque parte della maggioranza. Se poi a questo si aggiunge che come rappresentante della minoranza è stato selezionato un consigliere pentastellato al posto di un membro del Pd, gli elementi di riflessione (soprattutto sull’elezione di Fermi) cominciano ad essere più d’uno.

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Infatti, lo scarto tra Fermi e Fontana e l’ascesa di Violi potrebbero essere intesi come dinamiche strettamente collegate: stando a quanto apprende la ‘Dire’, ci sarebbero diversi esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia che avrebbero deciso di non seguire le indicazioni dei partiti e di non indicare come seconda preferenza il nome di Fermi. La maggioranza, quindi, avrebbe votato compatta soltanto per l’elezione del governatore Fontana, mentre nei confronti del presidente del Consiglio regionale si sarebbe consumata la divisione. I voti della Lega che non sono stati destinati a Fermi sarebbero andati dispersi tra diversi candidati; probabilmente alcuni sarebbero confluiti nel nome della consigliera del gruppo misto Viviana Beccalossi, che nel 2018 ha lasciato Fratelli d’Italia e che oggi ha conquistato 12 sì.

Le preferenze dei meloniani avrebbero premiato invece il consigliere pentastellato Dario Violi: una strategia probabilmente escogitata per affossare il Partito democratico lombardo, che in questo modo è stato escluso dalla partita per la scelta del nuovo inquilino al Quirinale. Secondo quanto riferiscono alcune fonti vicine al Pirellone, è possibile immaginare che in cambio l’M5s abbia concesso una parte delle sue seconde preferenze al capogruppo di Fdi Franco Lucente, che ha avuto in totale 8 voti. Un accordo? Non proprio. Più che altro un ordine di ‘dispersione’.

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