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(Foto dal profilo Twitter di Alex Hawke)

ROMA – Ora che Novak Djokovic ha anche un posto ufficiale nel tabellone degli Australian Open – al primo turno è stato sorteggiato contro il serbo Kecmanovic -, e che il primo ministro australiano gli ha pubblicamente intestato la regia e l’epilogo della saga del tennista serbo no-vax su cui pendono varie accuse e una possibile espulsione dal Paese per il visto con esenzione medica al vaccino Covid, è il caso di conoscere meglio chi è Alex Hawke, il ministro dell’Immigrazione che ha tra le mani il caso politico più spinoso dello sport mondiale.

Hawke è un australiano di terza generazione, i nonni fuggirono dalla Grecia durante la Seconda guerra mondiale. Il nonno materno ha combattuto contro i nazisti a Chortiatis, il villaggio della sua famiglia, sulle montagne di Salonicco. È il nipote di un sopravvissuto a un massacro: le truppe tedesche bruciarono 300 case e giustiziarono 146 tra soldati e civili greci. Molti di loro erano bambini. Era il settembre del 1944. La famiglia di Hawke emigrò in Australia in barca.

Hawke appartiene all’ala più conservatrice del Partito Liberale. Nonostante la sua storia familiare – scrive El Mundo, che gli dedica un ritratto – con due nonni costretti a fuggire dalla guerra nel suo Paese, Hawke non ha fatto nulla per cambiare la rigida politica di immigrazione nei confronti di rifugiati e richiedenti asilo, che dal 2013 sono stati trasferiti nei campi di piccole isole del Pacifico, o rinchiusi per anni nei centri di detenzione. Tipo l’Hotel Djokovic, dove il campione ha passato un paio di giorni mentre i familiari lo paragonavano a Gesù Cristo in croce. “L’hanno torturato”, ha detto la mamma. Amnesty International ha ringraziato per i riflettori che di sponda si sono accesi sulle disgraziate condizioni degli altri “ospiti” dell’albergo.

All’inizio della sua carriera politica, avviata lavorando come store-manager in un supermercato, s’è imposto alla guida dei giovani del partito nel New South Wales. È diventato deputato nel 2007 e da allora non ha smesso di arrampicarsi sulla piramide. È stato viceministro della Difesa, poi il primo ministro Morrison lo ha nominato ministro dell’Immigrazione lo scorso anno, dopo aver notato il suo “lavoro straordinario” nell’evacuare i cittadini australiani da Kabul quando i talebani hanno preso la capitale afghana. Hawke di fatto è stato promosso ministro dell’Immigrazione a seguito di un rimpasto del governo australiano.

È considerato il braccio destro del premier, quello che oggi ha virato le domande scomode su di lui. Come ormai tutti sanno, in qualità di ministro dell’Immigrazione la sezione 133 della legge sulla migrazione australiana gli conferisce il potere eccezionale di ritirare nuovamente il visto a Djokovic. Può farlo se ritiene che il serbo “rappresenti un rischio per la salute, la sicurezza o il buon ordine della comunità australiana”. È una settimana ormai che tiene questa arma puntata sul serbo, senza sparare. Se decidesse di usarla, Djokovic verrebbe espulso, e gli sarebbe vietato l’ingresso in Australia per i prossimi tre anni. I suoi avvocati potrebbero appellarsi e il processo potrebbe trascinarsi per mesi.

Hawke è di fatto l’ultima risorsa del governo australiano per riabilitare la sua immagine di Stato integerrimo sconfitto per via giudiziaria, per un vizio di forma, un cavillo. Il suo eventuale intervento eviterebbe il disastro elettorale, ma le attese, i tentennamenti, ne stanno provocando un altro. I media australiani sottolineano che finora non è stata fatta alcuna eccezione: a nessuno è stato permesso di entrare in Australia senza essere vaccinato.

La carriera di Hawke è anche avvolta da alcune ombre, e qualche gaffe di troppo su questioni sensibili, come la diversità e l’inclusione sessuale. A cominciare dalla sua posizione contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso: “Il nucleo familiare tradizionale è il fondamento della società”, ha affermato nel 2017 dopo aver votato contro la legalizzazione dell’unione tra omosessuali. Un anno dopo, è stato uno dei più forti sostenitori delle nuove regole che avrebbero consentito alle scuole religiose di espellere gli studenti gay, bisessuali o transgender, arrivando a dire che la “persone di fede” erano sotto attacco. Il caso Djokovic pende dalle sue labbra. E con un tipo così niente è scontato: vincerà la pressione commerciale del primo Slam stagionale o la rivendicazione della fermezza di governo a scopi elettorali?
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