Nel mercato professionale serve preparazione, approfondimento della materia o delle materie. Ma cosa c’entrano le scuole di alta formazione con la specializzazione? Perché ci dobbiamo creare un’etichetta che non avrebbe neanche un riconoscimento giuridico, senza una formazione professionale intimamente approfondita e praticata nel tempo? In Italia abbiamo l’esempio dei medici che sono specializzati e hanno un percorso post universitario fatto di teoria, pratica ed esami di ammissione e di relativa specializzazione. Un percorso certificato dalla scuola di specializzazione di derivazione universitaria, da dove escono coloro che si specializzano e sanno cosa fare del loro futuro. Invece la proposta fatta dal Consiglio nazionale è esclusivamente politica e volta a certificare con le Saf una specializzazione che di fatto non c’è. È solo un modo di dare attuazione a un punto del programma elettorale, che di fatto non applicabile al dottore commercialista. Se volessimo la specializzazione dovremmo mutuare il percorso formativo dei medici, allora tutto ciò avrebbe un senso. Fare dei corsi post universitari per approfondire e specializzarsi su una o più materie, questo ci chiede la tanto auspicata tutela della fede pubblica.

Chi vorrà specializzarsi dovrà frequentare dei corsi post universitari e non ottenere i classici titoli, come in passato, grazie ad un provvedimento legislativo. Se questo approccio, atto a garantire in primis, la fede pubblica non sarà attuato allora sarebbe meglio tenersi l’attuale sistema in cui la specializzazione la fa il mercato. Se poi si considera il costo della specializzazione per tutti. Basta fare i corso Saf ed avere il lavoro? È una chimera già vista, simile ad altre speranze professionali, come la mediazione obbligatoria, naufragate nelle modifiche legislative, richieste da professioni molto più presenti nel dibattito politico. Ulteriore problema, sollevato dal presidente del Consiglio nazionale per giustificare la specializzazione, è la prolificazione di altri albi.

Come si vorrebbe risolvere la questione, creando delle specialità al proprio interno gestite dal Consiglio nazionale? Ciò certifica la scarsa considerazione che il legislatore ha avuto e ha della categoria e dei suoi rappresentanti. Chi governa la categoria non può gestire la formazione, la specializzazione e gli albi. Sarebbe auspicabile il processo di divisione di alcune funzioni, proprio in virtù di quel principio della trasparenza.

Ex presidente dell’Ordine di Ascoli Piceno

FONTEIl Sole 24 Ore
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