Lo «sprint» che pare il governo voglia imprimere all’uscita del regolamento sugli investimenti delle Casse professionali (in attuazione del decreto 98/2011, di cui ItaliaOggi ha dato ieri anticipazione) impressiona favorevolmente il presidente della Bicamerale sugli Enti di previdenza, il senatore del Pd Tommaso Nannicini. «Non sbagliamo all’ultimo miglio», avverte, però. «Sembrerebbe che alle Casse, investitori di lungo termine, si applicherebbero le stesse disposizioni di dettaglio di fondi pensione e Oicr». Inoltre, «prevedere limiti di investimento in azioni sul singolo emittente, 5% se quotato, e 10% negli altri casi, significherebbe per gli Enti stessi poter avere esclusivamente partecipazioni di minoranza», prosegue il parlamentare, secondo cui il tessuto produttivo italiano, anche alla luce della pandemia e delle tensioni fra Russia e Ucraina, «avrebbe bisogno di capitale di rischio «paziente» e complementare al sistema bancario. Con questa decisione, le Casse difficilmente potranno accompagnare le imprese in un percorso di crescita». Per Nannicini «ad oggi, mancano previsioni in termini di requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza degli organi di vertice». Il presidente dell’Adepp (l’Associazione degli Enti) Alberto Oliveti, ricorda che «da anni» si parla della normativa, nel frattempo «le Casse, nell’autonomia regolamentare interna, hanno investito, incrementando notevolmente il patrimonio totale», pari ad oltre 100 miliardi. «Regole aggiuntive, peraltro di contestabile legittimità, rischierebbero di «ingessarne» il corretto operato», costituendo «una palese restrizione dell’indipendenza gestionale, a favore di una generica esigenza pubblica», incalza. Gli Enti «hanno un fine ben preciso: garantire le pensioni ai propri iscritti». Ed è la «stella polare» per Oliveti, «anche e soprattutto, quando si tratta di investi menti». Nello schema di decreto, commenta il numero uno della Cdc (dottori commercialisti) Stefano Distilli, «va rilevato come i limiti d’investimento siano applicati in maniera quantitativa, senza tener conto» dell’eterogeneità delle Casse «per dimensione del patrimonio, numero di iscritti, bilanci tecnico-attuariali e livello raggiunto dalle passività previdenziali», elementi che si riflettono in strategie finanziarie «ad hoc», come quelle dell’Ente che presiede, che «applica procedure complesse e strutturate» sull’allocazione delle risorse. Il testo presenta, poi, «ulteriori obblighi in materia informativa, oltre a quelli, già numerosissimi, cui siamo sottoposti» dagli organismi vigilanti; quanto ai controlli, «partendo dal presupposto che, per essere efficaci, debbano essere chiari, sintetici e applicabili, è un paradosso che Enti privatizzati come i nostri siano addirittura assoggettati a maggiori, pleonastici e sovrapposti controlli, rispetto alla Pubblica amministrazione», scandisce, rievocando i moniti dell’ex giudice della Corte costituzionale Sabino Cassese sull’autonomia «tradita». Altrettanto grottesco è che «la tassazione sui rendimenti, che ci tratta come investitori speculativi con un’aliquota al 26%, genera pure un crescente contenzioso dal lato della giustizia amministrativa e di quella civile», che si va «spesso a intersecare e sovrapporre», chiosa Distilli.