brescello,-quella-lettera-del-2009-in-cui-il-sindaco-vezzani-negava-la-‘ndrangheta-e-difendeva-i-cutresi

REGGIO EMILIA – A negare l’esistenza della ‘ndrangheta a Brescello -unico Comune emiliano-romagnolo sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2016- non sono stati solo l’ex sindaco Marcello Coffrini (che definì il boss Francesco Grande Aracri, oggi sotto processo, una “persona perbene”) e il parrocoEvandro Gherardi che il concetto lo ribadì in chiesa poco prima dell’inizio della principale processione religiosa del paese (quella del “Cristo parlante” verso la foce dell’Enza per la tradizionale Benedizione del Po). Spunta infatti ora anche una lettera aperta che Giuseppe Vezzani, sindaco in carica dal 2009 al 2014 e predecessore di Coffrini, scrisse ai suoi concittadini già nell’ottobre del primo anno del suo mandato.

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LA LETTERA DEL 2009 CHE DIFENDEVA I CALABRESI

Dopo l’eclatante delitto di Giuseppe Ruggiero avvenuto 17 anni prima nel “paesello”, infatti, la stampa continuava ad occuparsi del possibile insediamento della criminalità organizzata che il processo Aemilia avrebbe poi confermato nel 2015. Nella lettera Vezzani definì gli articoli dell’epoca diffamatori per l’immagine dell’amministrazione e offensivi degli esponenti della comunità calabrese (di Cutro in particolare, ndr) che a detta del primo cittadino si guadagnavano da vivere onestamente.

LA ‘CACCIA’ ALLA LETTERA IN VISTA DEL PROCESSO

E proprio quella missiva Francesco Grande Aracri cercava di recuperare, per inserirla negli atti della sua memoria difensiva. È emerso dall’udienza di ieri del processo “Grimilde”, di cui il 69enne è la figura centrale, imputato nel rito ordinario insieme al figlio Paolo. Risale infatti al settembre dell’anno scorso una telefonata del vecchio boss alla figlia Rosita- intercettata- in cui Grande Aracri si raccomandava di “trovare quella lettera” che “era importante”. La figlia lo rassicurava: “La troviamo”.

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Durante l’udienza sono poi stati ascoltati due testimoni chiamati dal pubblico ministero Beatrice Ronchi. Uno ha avvalorato le dichiarazioni rese lunedì scorso dal pentito Giuseppe Giglio. L’altro si chiama Luca Secchi ed è stato sentito sul cosiddetto “Affare Oppido” di cui, anche la recente sentenza d’appello di Grimilde per i 40 imputati che hanno scelto l’abbreviato, ha confermato commissione e gravità. Si tratta dell’operazione in cui “con artifici e raggiri”, la cosca si attivò per fregare allo Stato oltre 2 milioni e 200mila euro, attraverso una falsa sentenza apparentemente emessa dalla Corte d’Appello di Napoli che imponeva al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti di versare quella montagna di soldi alla ditta Oppido Gaetano & C srl di Cadelbosco Sopra (Reggio Emilia) per un finto esproprio di terreni. A concepire la truffa furono Renato de Simone, un funzionario della pubblica amministrazione chiamato “l’avvocato” e suo nipote Giuseppe Fontana, funzionario di banca prima al Credem di Reggio Emilia e poi alla Cassa di Risparmio di Cesena.

Proprio Fontana contattò Secchi- che lavora per un’agenzia di riscossione crediti- cercando di coinvolgerlo nell’affare e chiedendogli di aiutarlo a trovare un’azienda robusta a cui far giungere il denaro pubblico. Il testimone ha affermato oggi: “Quando mi resi conto che la situazione non era chiara e limpida, piano piano mi sono chiamato fuori”. A Secchi il Pm ha però contestato il fatto che, rispondendo ad alcune domande dell’avvocato Antonio Piccolo che difende gli Oppido (Gaetano e Domenico, padre e figlio), ha fornito ulteriori informazioni di cui non ha fatto menzione con i poliziotti che lo hanno interrogato nel 2019. Ronchi fa notare a questo proposito che il testimone “è non solo dell’accusa, ma anche della difesa”.

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