Dal Covid al post pandemia, parola ai virologi: “Se fossi ministro della Salute”

Di Rachele Bombace e Francesco Demofonti

ROMA –  La gestione del Covid ha monopolizzato per due anni le politiche sanitarie. Uno stress test importante. Ma non esaurisce le sfide che la Sanità è chiamata ad affrontare: dalla medicina del territorio alla carenza di personale, dalle difficoltà delle strutture di emergenza-urgenza allo stanziamento di risorse, dalla gestione delle nuove epidemie a un’attenzione più forte verso malattie conosciute ma in aumento, nuove o ancora poco studiate. I virologi sono stati i protagonisti, come tecnici, di una fase che adesso si sta chiudendo, quella partita a marzo 2020 in cui il Sars-Cov2 era ancora un virus sconosciuto. Adesso, forti di quell’esperienza, indicano al mondo della Sanità la strada da intraprendere nell’immediato. Il virologo Matteo Bassetti ha avuto il merito di aprire il dibattito dicendosi disponibile a una possibile candidatura al ruolo di ‘ministro della Salute’, qualora glielo chiedessero. Ma la campagna elettorale non è ancora entrata nel vivo dei contenuti, è tutta concentrata su alleanze e candidature, e il capitolo Sanità non sembra trovare ancora il giusto spazio nei programmi dei partiti a 45 giorni dalle elezioni. L’agenzia Dire ha chiesto a medici e virologi protagonisti degli ultimi due anni cosa farebbero se fossero loro ‘il prossimo ministro della Salute’. 

 CRISANTI: “IL SERVIZIO SANITARIO ITALIANO DEVE ESSERE RIFONDATO”

“Le mie idee politiche non inducono questo livello di ottimismo. I sondaggi disponibili non permetterebbero nemmeno una simile ambizione”. Usa l’ironia Andrea Crisanti per rispondere alla domanda di una sua eventuale discesa in politica per ricoprire il ruolo di ministro della Salute. Raggiunto al telefono dalla Dire, il professore di microbiologia all’Università di Padova tiene a precisare che “prima di fare il ministro bisogna chiedersi se si è pronti a spendersi per la campagna elettorale, se abbiamo le idee per convincere le persone per poi vincerla. Credo che questo venga prima di tutto”. L’esperto si dice, infine, convinto che “il Servizio sanitario italiano debba essere sostanzialmente rifondato. È una situazione perversa che genera una montagna di spese senza controllo, perché penso che l’Italia sia l’unico Paese del mondo dove c’è un ente che gestisce in prima persona le risorse e che fa le nomine. Questo orrore si chiama regione e io credo che la prima cosa che farei è quella di disaccoppiare chi spende da chi controlla e da chi nomina”, conclude Crisanti.

LOPALCO: “RIFORMARE IL SISTEMA, FOCUS SU CARENZA MEDICI E TERRITORIO”

“Darei volentieri una mano per quanto riguarda il mio impegno in politica e se dovessi avere un ruolo attivo mi vedrei in una assemblea legislativa”. Lo dichiara alla Dire il professor Pierluigi Lopalco, ordinario di Igiene all’Università del Salento. L’esperto spiega poi che “non è mai una buona idea avere un ministro della Salute medico. Se guardiamo al passato, i migliori ministri della Salute non erano medici: partendo da Roberto Speranza, che secondo me è stato un ottimo ministro in un periodo molto difficile, per arrivare a Beatrice Lorenzin, che ha finalmente affermato il valore della scienza e delle vaccinazioni. Senza dimenticare Rosy Bindi, l’ultima che è riuscita a fare una riforma sanitaria: sono tutti politici, bravi, che non avevano un background medico. Ecco perché penso che in quel ruolo debba finalmente esserci, soprattutto in questo momento, una riaffermazione solida della politica”. 

Lopalco tiene inoltre a sottolineare che “è arrivato il momento di fare in Italia una grande riforma sanitaria. Bisogna riformare il sistema, che così come è adesso è davvero insostenibile. C’è stata una cattiva programmazione per quanto riguarda le figure mediche e per questo abbiamo una carenza di medici e di specialisti. Abbiamo una sanità territoriale che deve essere rilanciata, il sistema ospedaliero che ha costi insostenibili, una pressione da parte del privato che cerca, comunque, di sostituirsi al pubblico”. “Ci sono, dunque, sfide così grandi- conclude- che servono un ministro e un governo forti che rivedano la sanità nel loro complesso e che attuino una riforma profonda”.

VIOLA: “DA MINISTRO RAFFORZEREI MEDICINA COMUNITÀ E PS”

“Se mi dovessero chiedere di fare il ministro della Salute ci penserei senz’altro, come è ovvio che sia. Non so se lo farei, dipenderebbe dalle condizioni”. Risponde così alla Dire la virologa e immunologa Antonella Viola, professore ordinario di Patologia Generale presso il dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università di Padova e direttore scientifico dell’Istituto di Ricerca Pediatrica (IRP-Città della Speranza). Con l’esperienza della pandemia alle spalle e lo sguardo su quello che accade nel mondo, l’immunologa elenca con precisione i requisiti minimi che potrebbero farle dire di Sì all’incarico di ministro della Salute: “Libertà di scegliere una squadra di persone di cui mi fido e di avere un ruolo puramente tecnico. Poi vorrei una serie di garanzie sul rispetto dei diritti già acquisiti. Pensiamo a cosa sta succedendo negli Stati Uniti con la legge sull’aborto”, riflette la studiosa.

Inoltre ci vorrebbe “apertura su altri” diritti “che sono necessari: eutanasia e fine vita, per esempio”. E semmai Viola non dovesse diventarlo, ecco cosa spera che faccia il nuovo ministro della salute: “Prima di tutto che non dica stupidaggini e si attenga alla scienza. Che non sottovaluti i problemi e che agisca con responsabilità e tempestività, lasciandosi guidare da un’equipe di specialisti nei rispettivi campi del sapere. Che si occupi di malattie rare (sempre poco studiate) e di antibiotico-resistenza (una grave emergenza che bisogna affrontare immediatamente). Che rilanci la medicina del territorio, trovi il modo di incentivare i medici a scegliere la medicina d’urgenza e quella generale- continua Viola- perché abbiamo bisogno di rafforzare la medicina di comunità e i pronto soccorsi. Così com’è necessario trovare una risposta alla gestione degli anziani non autosufficienti, favorendo le cure e l’assistenza domiciliare. Insomma- conclude l’immunologa- c’è tanto da fare e mi auguro che se ne occupi una persona competente e saggia”. 

ABRIGNANI: “MI PUÒ TELEFONARE SOLO LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA O IL PAPATO”

“Nel mio caso il telefono non squillerà, nessuno mi chiamerà per ricoprire il ruolo di ministro della Salute. È una cosa che non accadrà, non può accadere. Mi può telefonare solo la presidenza della Repubblica o il Papato”. Lo afferma ironico alla Dire l’immunologo dell’Università statale di Milano ed ex membro del Comitato tecnico scientifico, Sergio Abrignani.

GALLI: “IO MINISTRO? NELLA REMOTA IPOTESI MAI CON IL CENTRO O CON LA DESTRA”

“Non sto pensando di entrare in politica, né di avanzare alcuna candidatura”. Lo afferma alla Dire Massimo Galli, professore fuori ruolo di Malattie infettive dell’Università di Milano. L’esperto sa bene dove eventualmente schierarsi in caso il telefono squillasse. “In questa remota ipotesi, non potrei in nessun caso impegnarmi con il centro e ancora meno con la destra”.

“Ho competenze tecniche- tiene a precisare- e quando è stato possibile le ho messe sempre a disposizione delle istituzioni, non da politico ma proprio in veste di tecnico. Sono ovviamente disponibile a continuare a farlo se a queste mie competenze si vorrà ricorrere”. “Mi viene da sorridere. Un tecnico ammesso che sia molto competente, può forse fare il ministro meglio di un politico, ma ci sono esempi di autentici disastri. Più hai esperienza e più ne sai, più dovresti avere coscienza dei tuoi limiti. Poi ognuno è libero di proporsi come crede”, conclude Galli. 

 PALÙ: “HANNO GIÀ DETTO ABBASTANZA BASSETTI E TANTI ALTRI”

“Hanno già detto abbastanza Bassetti e tanti altri, io non dico nulla”. Giorgio Palù, professore emerito di Virologia dell’Università di Padova e presidente dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), risponde così alla Dire alla domanda relativa ad un suo eventuale ingresso in politica. 

VAIA: “IO IN POLITICA? NO GRAZIE, TENGO STRETTO MIO CAMICE BIANCO”

“Sono la persona meno indicata alla quale chiedere di una personale eventuale discesa in politica. Il mio camice bianco mi è attaccato addosso, non si toglie. E io, d’altro canto, sono troppo affezionato a lui”. Lo spiega alla Dire il direttore generale dell’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani di Roma, Francesco Vaia.

PREGLIASCO: “COVID NON È IL FUTURO, SERVONO COMPETENZE GESTIONALI”

“In caso la politica chiamasse, potrei valutare la proposta. Già da anni svolgo un’attività di servizio civile come volontario e presidente dell’Anpas e sono a disposizione in caso ci fosse una richiesta, un interesse di coinvolgimento”. Così alla Dire il virologo dell’Università Statale di Milano e presidente dell’Associazione nazionale pubbliche assistenze, Fabrizio Pregliasco.

“In tutti casi non penso proprio di essere eventualmente scelto come ministro- tiene a precisare- ma al prossimo titolare della Salute consiglierei una continuità e, alla luce delle nuove possibilità che abbiamo a disposizione, di fare fronte a questa emergenza del Covid-19 e ad altre”. “Più che altro- aggiunge Pregliasco- consiglierei di mettere sotto la lente di ingrandimento quali sono stati i limiti dell’attuale nostro bel Servizio sanitario nazionale e valutare ciò che possa essere migliorato alla luce dell’esperienza critica della pandemia”. Su una cosa, però, il professor Pregliasco è certo. “Ci vogliono persone competenti nell’ambito dell’organizzazione sanitaria. Il futuro non è il Covid, perchè con questo virus dovremo convivere. Sono necessarie competenze gestionali e organizzative nell’ambito della sanità. Non dovremo centrare l’attività del Servizio sanitario nazionale su questo nel futuro ma sui bisogni di salute, sulle malattie croniche e sulla gestione dei percorsi di salute. È questa la scommessa del futuro”. Se proprio squillasse il suo telefono, al professor Pregliasco piacerebbe ricevere una telefonata da destra o da sinistra? “Lasciamo stare…”, chiosa gentilmente prima di salutarci.

ANDREONI: “TECNICO NON SI PROPONGA PER FARE MINISTRO”

“Fare il ministro della Salute? Fa parte di quelle domande alle quali una persona risponde se viene indicata e richiesta. Credo sia un errore e che sia fuori luogo che un tecnico si proponga per ricoprire quel tipo di incarico”. Lo afferma alla Dire il professore Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana malattie infettive (Simit) e professore ordinario di Malattie infettive della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Roma Tor Vergata.

“Se la politica ritiene opportuno sentire un tecnico- continua- a quel punto poi anche lo stesso tecnico deve chiarire quali sono le sue posizioni, qual è il suo pensiero e cosa si aspetta dall’attuale governo”. “Se davvero arrivasse una telefonata- tiene a precisare- sentirei quali sono le loro proposte ed esprimerei i miei pensieri. Non si può rispondere ‘sì’ o ‘no’, non intendo sottrarmi alla sua domanda, ma si tratta di una cosa sulla quale si dovrebbe discutere per capire cosa la politica si aspetta da me e quello che io mi aspetto dalla politica”.

Il professor Andreoni non ha invece dubbi sul colore politico della telefonata che avrebbe piacere di ricevere. “Sono sempre stato di sinistra, la mia visione globale e generale appartiene alla sinistra. Ahimè, avrò poche possibilità di fare il ministro, sia perché temo che alle prossime elezioni la sinistra non vinca, sia perché sarebbe un discorso troppo complicato”, conclude.

GALLAVOTTI: “SSN IN SOFFERENZA, PATRIMONIO DA TUTELARE”

“Se mi chiamasse il mondo politico risponderei che ognuno deve fare il proprio mestiere, che poi è quello che ha sempre detto Piero Angela. Per fortuna i grandi insegnamenti valgono anche in questo. La politica è una cosa seria e se ne deve occupare chi è preparato e capace a farla”. Lo dichiara alla Dire la giornalista e divulgatrice scientifica, Barbara Gallavotti.

Volto noto della televisione, Gallavotti esclude, dunque, la propria partecipazione attiva al mondo politico ma si sente comunque di dare consigli al futuro ministro della Salute, anche nell’ottica di un miglioramento del Servizio sanitario nazionale. Secondo l’esperta la principale stortura consiste nel politicizzare la salute. “Parliamo ad esempio degli Stati Uniti- afferma- dove la politicizzazione della pandemia da Covid-19 ha avuto effetti disastrosi. Ricordo di aver mostrato in tv una curva, raccapricciante, da cui emergeva come il numero di vittime, fatte le debite proporzioni, fosse molto più elevato tra i repubblicani rispetto ai democratici. Ed era il momento in cui Trump aveva un atteggiamento non particolarmente proattivo nei confronti della pandemia”.

“Quindi- sottolinea- la cosa più drammatica è politicizzare la salute, perché è evidente che la scienza non è di destra o di sinistra, che la conoscenza fa bene a tutti ed è vantaggio di tutti farla prosperare, portarla avanti e far sì che possa tutelarci”. Gallavotti ricorda infine che “abbiamo un grandissimo patrimonio, che è la sanità pubblica, che è in evidente sofferenza e che, invece, rappresenta una garanzia per tutti noi. Nei Paesi dove la sanità pubblica non c’è, la paura di ammalarsi e di non poter essere assistiti è una realtà quotidiana. Noi abbiamo un patrimonio straordinario, un patrimonio culturale che soffre per la gestione dei fondi ed è su quello che dobbiamo puntare”, conclude.

BROCCOLO: “PUNTARE SULLA RIFORMA DEL TITOLO V E MEDICINA TERRITORIALE”

“Se il mondo politico mi proponesse di farne parte risponderei che ne sono lusingato. Voglio però precisare che questo dipende soltanto da chi me lo chiede e se alla base della richiesta c’è una politica solida, con persone che hanno un progetto solido. La mia risposta non sarebbe comunque legata al colore della eventuale telefonata, ma dipenderebbe proprio dalla serietà del progetto”. Lo spiega alla Dire il virologo dell’Università di Milano-Bicocca e direttore scientifico del gruppo Cerba, Francesco Broccolo. Riforma del titolo V e potenziamento della medicina territoriale i due grandi argomenti che l’esperto porterebbe avanti nella sanità, nell’ottica di un suo miglioramento. “La fragilità della medicina territoriale- sottolinea- è apparsa con l’avvento del Covid. Bisognerebbe attuare un potenziamento dei medici di medicina generale, anche sul fronte della formazione, perchè sono molto poco formati e ormai confinati ad attività burocratiche. Bisognerebbe poi realizzare la delocalizzazione di alcuni servizi, poichè non si può pensare di centralizzare tutto. Quindi bisognerà utilizzare maggiormente la telemedicina e una diagnostica d’urgenza delocalizzata, in modo da dare risultati immediati, oltre a potenziare le Usca”

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte Agenzia DIRE e l’indirizzo www.dire.it

Correlati

advspot_img
advspot_img
advspot_img
advspot_img
advspot_img
advspot_img
advspot_img

Ultim'ora

Musicultura segna nuovo record con 1.113 artisti in gara

Il Festival della Canzone Popolare e d'Autore Roma, 7 dic. (askanews) - Nuova edizione da record per Musicultura. Sono ben 1.113 gli artisti...

Road to Rome 2023, il golf per tutti nella casa della Ryder Cup

Domenica spettacolo tra prove gratuite per i neofiti e una Pro-Am Roma, 7 dic. (askanews) - Uno sport di tutti e per tutti....

Cripto, Panetta (Bce): “Un bolla speculativa, è gioco d’azzardo”

Chiede di approntare rapidamente "regole e tasse" sul segmento Roma, 7 dic. (askanews) - I criptoasset "sono state dipinti come un fenomeno generazionale...