Nonostante le crisi economico-finanziarie intervenute negli ultimi 15 anni, il patrimonio degli investitori istituzionali è costantemente aumentato, passando dai 142,85 miliardi di euro del 2007 ai 282,97 miliardi di euro del 2021, con un incremento del 98%. Di questi, circa l’80% è affidato direttamente o indirettamente a gestori professionali seguendo un trend di continua crescita negli ultimi anni. In percentuale del PIL, il patrimonio di fondi pensione negoziali e preesistenti, Casse Privatizzate, Fondazioni di origine Bancaria e forme di assistenza sanitaria integrativa è pari al 15,9% e, includendo anche il welfare privato (Compagnie di Assicurazione del settore vita, rami I, IV e VI, fondi aperti e PIP), tale rapporto aumenta al 55,5%.

Quello che emerge dal Nono Report annuale Itinerari Previdenziali “Investitori istituzionali italiani: iscritti risorse e gestori per l’anno 2021”, presentato questa mattina a Milano, è quindi il ritratto di un Paese che negli anni è riuscito a conservare e consolidare il proprio mercato istituzionale, raggiungendo ormai una dimensione rilevante.

Considerazione che trova conferma anche nel posizionamento internazionale. Guardando alla sola previdenza complementare, che rappresenta il settore maggiormente confrontabile, nella classifica per patrimonio dei fondi pensione stilata dall’OCSE su 38 Paesi l’Italia occupa il 12esimo posto, preceduta dagli inarrivabili USA, UK, Australia, Olanda, Canada, Giappone, Svizzera e superando di poco la Danimarca. Se si considera che il rapporto tra il patrimonio dei fondi pensione e il PIL è pari al 9,7%, quando in molti altri Paesi supera il 50%, risulta evidente come quello italiano sia un mercato già molto interessante, ma con alte potenzialità di sviluppo. Peraltro, includendo anche gli altri investitori istituzionali, come Casse Privatizzate, forme di assistenza sanitaria integrativa e Fondazioni di origine Bancaria, il posizionamento del nostro Paese migliora nella classifica OCSE e non OCSE attestandosi all’8°-9° posto.

Dal punto di vista dei rendimenti, nel 2021 tutti gli investitori istituzionali hanno realizzato buone performance, recuperando il terreno perso durante la pandemia e riportandosi quasi ai livelli del 2019. Le migliori performance sono state ottenute dai PIP – Unit Linked, con l’11% rispetto al -0,2% segnato nel 2020, dai fondi aperti con +6,4% (2,9% nel 2020) e dalle Fondazioni di origine Bancaria con il 5,7% (3,6% nel 2020). I risultati conseguiti dai fondi pensione hanno battuto ancora una volta i “rendimenti obiettivo” TFR, inflazione e media quinquennale del PIL, che si sono attestati rispettivamente al 3,6%, 1,9% e 0,1%: i negoziali hanno fatto segnare un +4,9%, i preesistenti un +4,1% e gli aperti un +6,4%.

Crescono infine gli investimenti in economia reale nazionale, finalizzati a generare ricadute positive per il territorio. Anche per il 2021, le Fondazioni di origine Bancaria si riconfermano i maggiori investitori nell’economia domestica, con circa il 42% del patrimonio investito, sostenuto da un’esposizione nella banca conferitaria, in Cassa Depositi e Prestiti e Fondazione Con il Sud pari al 27,7%; seguono le Casse Privatizzate dei liberi professionisti, con il 18% circa, mentre si conferma modesta la quota investita nel Paese da parte di fondi pensione negoziali e preesistenti, che si fermano rispettivamente al 4,7% e al 3,11% del patrimonio.

Secondo il Nono Report, la soluzione più semplice per far in modo che il TFR “circolante interno” alle aziende che alimenta soprattutto i fondi di natura contrattuale rientri nel circolo dell’economia reale sarebbe sicuramente il ripristino del fondo di garanzia istituito dal D. Lgs. N. 252/05 per facilitare il finanziamento delle PMI che versano il Trattamento di Fine Rapporto ai fondi pensione. Dal 2007 alla fine del 2021 ai fondi pensione sono confluiti circa 82 miliardi di TFR e, di questi, considerando una media in investimento in economia reale domestica del 4%, ne sono stati reinvestiti circa 25. Ai restanti 57 miliardi sottratti all’economia reale vanno poi sommati gli 86 destinati al fondo di tesoreria INPS.

Per un’economia debole come quella italiana si tratta di dati preoccupanti su cui riflettere, anche per le loro ripercussioni sia sull’occupazione sia sulla produttività e, quindi, sullo sviluppo del nostro Paese.