Aumentare redditi e salari? Ecco come si può!

In un Paese come l’Italia dove, secondo i dati OCSE, negli ultimi 40 anni il valore reale dei salari e dei redditi è diminuito del 2,9%, è possibile migliorare il potere d’acquisto senza generare nuova spesa pubblica a debito?

La risposta è sì. Non sarà un passaggio semplice ma la strada, dopo oltre 25 anni di ignavia, è stata tracciata dal governo Draghi, un’autostrada se i vincitori delle elezioni politiche la vorranno percorrere. Certo, occorrerà cambiare mentalità: vanno modernizzati i contratti di lavoro e, quindi, l’approccio di sindacati e imprese; deve mutare la politica fiscale e contributiva secondo la quale tutto ciò che si guadagna deve essere soggetto a tasse e contributi e, soprattutto, si dovranno accantonare le bellicose quanto irrealizzabili promesse fatte dai vari partiti politici nel corso dell’ultima campagna elettorale. Mi riferisco alla proposta Letta/PD della fantomatica quattordicesima mensilità, che costerebbe 19 miliardi strutturali per ogni anno, dato che per garantirla si dovrebbe “abbuonare” a tutti i lavoratori fino a circa 29mila euro lordi l’anno oltre il 7,5% dei contributi, lasciando però la pensione inalterata. Stesso discorso per la proposta di Berlusconi che, dopo i mille euro al mese di pensione per tutti (con un costo di oltre 30 miliardi strutturali ogni anno) e dopo i mille euro a mamme e nonne (con un costo di 13 miliardi per ogni milione di mamme e nonne), propone la decontribuzione totale per i primi due anni per tutti i giovani assunti (fino a che età?), che costerebbe quasi 8 miliardi considerando solo i redditi fino a 25mila euro lordi. Insomma, il Cavaliere ha fatto promesse per un’ottantina di miliardi, oltre 100 con la flat tax: mica male!

Anche sindacati e Confindustria, accortisi che il fantomatico cuneo fiscale non esiste almeno per oltre il 70% dei redditi degli italiani, si sono buttati a capofitto nella richiesta di decontribuzione, in quanto nessuno dei 2 richiedenti vuole assumersi l’onta di ridurre le pensioni e conquiste sociali, quali prestazioni di maternità, malattia, infortuni, disoccupazione, ex ANF (Assegni al Nucleo Familiare) e così via, che determinano per ogni 100 euro netti in busta paga un costo di 150 euro, circa 220 considerando i benefici contrattuali (tredecesima e quattordicesima mensilità, premi di produzione, TFR, banca delle ore, ferie, festività, previdenza complementare, permessi e altro). Forse i proponenti non sanno che già oggi le 22 forme di decontribuzione previste dalla legge costano 24 miliardi l’anno, di cui il 65,6% del totale per il Mezzogiorno, il 21,2% per gli apprendisti, il 5,8% e il 4,8% rispettivamente per under 35 e donne (dati INAPP).

Analizzando la serie storica dei trasferimenti dallo Stato all’INPS per la gestione interventi assistenziali, il Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale Itinerari Previdenziali evidenzia come, tra il 2011 e il 2020, per finanziare gli sgravi contributivi a favore di lavoratori e imprese per favorire le assunzioni di disoccupati, giovani e così via, siano stati spesi 168 miliardi di euro, con scarsissimi risultati occupazionali: su 36,5 milioni di italiani in età da lavoro, ne lavorano solo 23 (il 39% degli italiani contro l’oltre 51% dei nostri competitor europei). Gli altri – tra NEET, sussidi, reddito di cittadinanza e ammortizzatori sociali – se ne stanno a casa malgrado manchino bagnini, cuochi, camerieri, operai, specializzati ecc. Inoltre, politici e parti sociali hanno la memoria corta: la decontribuzione totale per il Sud (sconto del 33% per i dipendenti) è durata circa 25 anni fino a quando l’Unione Europea, ritenendola un aiuto di Stato, ha messo in procedura d’infrazione l’Italia. Il tutto è costato centinaia di miliardi, con aumento di posti di lavoro pari a zero; insomma, soldi buttati dalla finestra. Stessi risultati per gli sgravi del governo Renzi: certo, hanno aiutato a creare nuova occupazione anche perché l’economia galoppava ma, finito il ciclo positivo, il tasso di occupazione è tornato al punto di partenza nonostante gli oltre 17 miliardi (stima INPS) spesi tra il 2015 e il 2018.

E, quindi, come fare per aumentare i salari netti? Come dicevamo, il governo Draghi – con l’art. 12 del D.L. n. 115/2022 (il decreto Aiuti bis) – ha di fatto previsto che le somme versate dal datore di lavoro ai dipendenti esentate dal pagamento di contributi sociali e imposte previste all’art. 51, comma 3, del TUIR nel limite di 258,23 euro vengano elevate per il 2022 a 600 euro ed erogate in modo semplice e diretto come “rimborsi da parte del datore di lavoro per il pagamento delle bollette di acqua, luce e gas”. Si tratta di 600 euro deducibili per il datore di lavoro e netti per il lavoratore, che non generano alcun incremento di pensione non essendo assoggettati a contribuzione. Se si estendesse quest’innovazione anche al welfare aziendale eliminando l’eccessivo iter burocratico che nella sostanza ha affossato la possibilità di percepire fino a 3mila euro in esenzione fiscale e contributiva, e lo si portasse a 2.000 euro l’anno netti, l’incremento medio per i redditi fino a 15 e 25mila euro sarebbe rispettivamente del 14,7% e 8,8%. Il governo Draghi ha inoltre previsto in modo sperimentale il “bonus trasporti” pari a 60 euro l’anno. Se al posto del poco amato click day si copiasse la vicina Svizzera e si portasse la quota di rimborso del datore di lavoro a 600 euro l’anno con le stesse esenzioni di cui sopra e se al posto dei miseri 6,5 euro al giorno per il buono pasto cartaceo e gli 8 euro per quello elettronico, si elevasse la cifra a un più “cristiano” pasto da 12 euro, sempre a carico del datore di lavoro e con le esenzioni indicate, i dipendenti si troverebbero un ulteriore netto di 900 euro l’anno (225 x 4).

Riepilogando, la differenza fondamentale tra decontribuzione e queste erogazioni di retribuzione esentasse (cioè netta da imposte e contributi) è che la prima costa allo Stato sia per trasferimenti di contributi figurativi agli enti previdenziali sia per rivalutazione degli stessi e poi come pagamento della pensione, mentre la seconda fa perdere allo Stato solo l’IRPEF (in media per redditi fino a 25mila euro con persone a carico, meno del 5%), che viene abbondantemente recuperata con la tassazione diretta e indiretta quando queste somme vengono spese (IVA, accise, IRES, IRPEF). A totale carico delle imprese, questa soluzione non genera oneri per lo Stato.  L’aumento netto in busta ammonterebbe a 3.500 euro l’anno, ben il 10% per un lordo di 35mila euro, e il 17,5% per 20 mila euro di lordo, portando i redditi italiani a livello dei migliori Paesi europei.

Ovviamente, anche per gli autonomi si possono studiare misure compensative (super ammortamenti, esenzione di una frazione di pari importo del reddito). È così difficile?

Correlati

advspot_img
advspot_img
advspot_img
advspot_img
advspot_img
advspot_img
advspot_img

Ultim'ora

Teatro, Monica Guerritore in “Dall’inferno all’infinito”

Al Teatro degli Audaci il 13 dicembre Roma, 7 dic. (askanews) - Con uno spettacolo offerto gratuitamente, il Teatro si apre ai cittadini:...

Il 12 dicembre a Cagliari il “Sardinia Innovation Awards”

Confronto tra delegati della Regione e stakeholder del territorio Roma, 7 dic. (askanews) - Lunedì, 12 dicembre dalle 9,30 alle 13,00 presso la...

“Impasta il Natale”, sabato 11 laboratorio per piccoli elfi pasticceri

"Fantastico Mondo di Babbo Natale" al Castello di Lunghezza Roma, 7 dic. (askanews) - Creazioni gioiose ispirate al Natale con tanti decori da...