I professionisti non conoscono crisi, sono aumentati del 22% daI 2007

I professionisti crescono, nonostante tutto. La crisi ha messo a dura prova la loro capacita di produrre reddito, che per molte categorie è diminuito, ma in compenso il loro numero è salito: dal 2007 al 2017 sono passati da 1,125 milioni a 1,388 milioni, con un aumento del 22 per cento. Si tratta di un’eccezione nel mondo del lavoro autonomo: tutti i lavoratori “indipendenti”, infatti, che nel 2007 erano 5,981 milioni, sono invece scesi a 5,363 nel 2017. Tra di loro, quindi, solo i professionisti iscritti a un albo hanno visto una crescita numerica. Anche i dipendenti sono saliti nello stesso lasso di tempo, da 16,913 milioni a 17,726, ma la progressione è stata meno forte che per i professionisti, come si vede bene dal grafico in pagina. In termini percentuali, mentre i lavoratori indipendenti sono passati dal 26,1 per cento del totale nel 2007 al 23,2 per cento nel 2017, i liberi professionisti sono passati dal 4,9 al 6 per cento del totale occupati. I lavoratori dipendenti, che nel 2007 rappresentavano il 73,9 per cento del totale, nel 2017 erano saliti al 76,8. Qual è il segreto o il fascino della libera professione? Perché, nonostante la crisi e le evidenti difficoltà, il mondo delle professioni è stato in grado di attirare adepti? Alberto Oliveti, presidente dell’Adepp, l’associazione fra le casse dei professionisti iscritti a un albo, riflette su un dato fondamentale: se i liberi professionisti salgono è soprattutto per l’allungamento dell’età pensionabile, che ha trattenuto nel mondo del lavoro persone che sarebbero uscite prima. «Il rapporto attivi/pensionati si è modificato perché più persone sono rimaste attive visto che si è allungata l’età pensionabile a causa delle varie norme introdotte a partire dalla Fomero in poi». Questo spiega perché, nonostante la crescita del numero totale dei liberi professionisti, l’età media di questo universo sia salito». Dunque non c’è stato un forte afflusso di giovani, ma più “vecchi” rimasti al lavoro. Il tasso di crescita con cui i giovani entrano nel mondo delle professioni “ordinistiche” è anzi diminuito nel corso del tempo, pur rimanendo largamente positivo. Ma, come dire, manca la spinta propulsiva dei lavoratori meno anziani. «Se il governo mettesse in atto una politica giusta, molti più giovani potrebbero trovare posto in questo comparto», precisa Oliveti. Del resto, di posto all’interno delle professioni ce n’6 più di quanto non si creda. Perché non c’è soltanto il classico lavoro che conosciamo di ogni professione (il notaio che fa atti per la compravendita di immobili, gli ingegneri che realizzano ponti, gli avvocati che vanno in tribunale, ecc.), ma molte nuove specializzazioni richieste dallo stesso mercato. «Nel nostro settore – dice Walter Anedda, presidente della cassa dei dottori commercialisti, la Cnpadc – ci sono specializzazioni del tutto nuove che lo stesso mercato richiede. Ad esempio, c’è chi assiste le imprese nell’utilizzo dei fondi comunitari: la mancanza di professionalita negli enti locali spinge le. aziende verso un professionista che disbrighi tutte le pratiche». Ma ci sono anche altri subcomparti nell’ambito dell’area dei dottori commercialisti: «Oggi si sta riformulando tutto il sistema di gestione dell’area fallimentare», spiega Anedda. «Sta cambiano il ruolo del curatore fallimentare, che del resto anche prima era quasi sempre appannaggio dei commercialisti. Rispetto al passato si cerca di anticipare il fallimento e per questo sono presenti nuovi professionisti specializzati». Anche il sistema del risk management richiede nuove figure: c’è sempre più spazio per avvocati e dottori commercialisti negli organi di vigilanza e di prevenzione dei rischi aziendali. «In poche parole – commenta Anedda – il mercato delle libere professioni cresce e si espande continuamente. Serve, naturalmente, capacità di adattamento e soprattutto serve una formazione ad hoc, spesso carente». La formazione sembra appunto la chiave per inseguire le nuove specializzazioni professionali e dare una prospettiva di lavoro ai giovani. «Le libere professioni – dice Tiziana Stallone, presidente dell’Enpab, la cassa di previdenza dei biologi – sono la risposta più efficiente e veloce a un mercato che cambia. Nel campo della biologia, ad esempio, ci sono nuove specializzazioni nel campo forense, dove è sempre più massiccio l’uso del dna per il riconoscimento dell’autore di un delitto, o come i controlli di qualità. In quest’ultimo caso la normativa europea ha visto una risposta efficiente dei professionisti». Gli enti di previdenza si stanno ritagliando un ruolo nella formazione: «Noi siamo al centro di un triangolo con lo Stato e con le Regioni ma anche con le Università. L’obiettivo è aiutare giovani e meno giovani a cogliere le nuove opportunità».

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