Private equity e immobiliare, gli istituzionali cambiano rotta

Cresce la liquidità sui mercati, ma si riduce il numero di aziende nelle quali investire. Tra il 2000 e il 2017 i titoli di aziende domestiche sul listino di Londra sono passate da 1.678 a 942, quelli del mercato principale di Borsa Italiana da 300 a 234 e il numero di aziende quotate nelle borse Usa si è dimezzato negli ultimi venti anni. E’ una delle motivazioni che stanno spingendo un numero crescente di investitori istituzionali, fondi pensione, fondazioni e fondi sovrani, verso i mercati “privati”, ossia private equity nelle sue varie declinazioni, private debt e asset reali come immobiliare e infrastrutture. Tra le poche eccezioni, il fondo sovrano norvegese che si è visto rifiutare dal ministro delle finanze, Siv Jensen, la richiesta di investire nel mercato del private equity, perché ritenuto non in linea, soprattutto in termini di trasparenza, con il suo modello di gestione. “Oggi le asset class tradizionali appaiono meno interessanti rispetto al passato, il quantitative easing ha riversato sui mercati quotati un’enorme liquidità, rendimenti obbligazionari ai minimi e valutazioni azionarie abbastanza elevate inducono gli investitori istituzionali a spostarsi sui mercati privati”, osserva Luca De Biasi, Wealth Business Leader di Mercer Italia. Un investimento che, spiega l’esperto di Mercer, consente di mitigare e diversificare i rischi, c’è una minore correlazione con i mercati quotati, e di incrementare i rendimenti prospettici, si beneficia di un premio di illiquidità e di un premio di complessità, due fattori che rendono molto importante la selezione dei gestori, la dispersione dei rendimenti è molto più ampia rispetto ai mercati quotati. Gli istituzionali italiani sono un po’ indietro su questo fronte, nell’ultimo Asset Allocation Survey di Mercer, l’investimento in private equity è al 2,5% del portafoglio contro una media europea del 4%, quello in private debt è intorno al 2% rispetto al 5%. “Ma l’aumento del peso di questi investimenti è costante e continuo negli anni e mai come quest’anno abbiamo avuto una risposta così netta alla domanda sull’intenzione di investire nei mercati privati, ha risposto positivamente l’85% del campione”, sottolinea De Biasi. Che si tratti di investimenti redditizi, non ci sono dubbi: Mercer stima che, nel periodo 2003-2017, il private equity abbia reso il 12,2% annuo, il private debt l’8,9% e le infrastrutture il 7,7% contro il 6,8% dell’azionario quotato. Numeri però che potrebbero risentire proprio dell’enorme successo di questa tipologia di investimenti: a fine 2017 i capitali raccolti globalmente, la “dry powder”, avevano raggiunto la bella cifra di 1.700 miliardi di dollari, tanto da suscitare qualche dubbio sulla capacità di poterli investire in maniera efficiente, considerata la concorrenza tra i fondi e le elevate valutazioni. “Tra i fondi pan-europei c’è effettivamente molta concorrenza, qualche fondo, se non riuscirà a richiamare i capitali e a remunerarli adeguatamente, dovrà cambierà mestiere”, ammette Anna Gervasoni, direttore generale di Aifi, l’associazione italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt. Diverso il caso dei grandi fondi che hanno una view più globale e che possono andare alla ricerca di mercati più competitivi. “Qualcuno ha aperto sedi in Sud Africa, guardano all’Asia e; con qualche apprensione, ai paesi emergenti”. Per le aziende italiane è un opportunità per attrarre investimenti: “L’Italia ha poche, ma valide imprese di medie dimensioni, adeguate agli investimenti di questi grandi fondi globali. I multipli sono alti, ma non altissimi, se li paragoniamo a quelli internazionali”. Se si guarda invece ai fondi di private equity italiani, la situazione è completamente diversa, si direbbe l’opposto di quanto paventato a livello europeo. “I nostri fondi raccolgono ancora con enorme fatica, ma investono bene, perché abbiamo un mercato, il nostro mid-market, dove ci sono ancora delle buone opportunità e dove non entrano i mega fondi pan-europei, viste le ridotte dimensioni delle aziende. E’ un mercato che in questo momento dà buoni segnali, con rendimenti ancora molto interessanti”. Anche le infrastrutture hanno un peso sempre più rilevante nei portafogli degli investitori istituzionali europei, collocandosi attorno alla soglia del 5%, ma nel nostro paese, nota Gianluca Minella, Vice President – Alternatives, Infrastructure di Dws Group, questa tipologia di investimenti, un settore chiave per lo sviluppo del paese, è ancora inferiore alla media europea. “Le infrastrutture offrono rendimenti stabili nel lungo periodo e non correlati al ciclo economico e ciò desta crescente interesse negli investitori istituzionali e desiderio di approfondimento sul tema, anche in ottica di maggiore diversificazione dei portafogli”. Quadro fiscale e normativo sono, secondo Minella, fondamentali per sostenere l’impiego di risorse verso le infrastrutture a sostegno del paese, sia da parte degli investitori italiani che internazionali, e cita l’esempio della riduzione dei requisiti patrimoniali per le assicurazioni che investono in infrastrutture nell’ambito di Solvency II. “Riscontriamo poi un forte interesse da parte degli investitori per un approccio progettuale che integri fattori di sostenibilità (Esg) anche per questa asset class”.

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