Europee, FI in rivolta: “Rinnovare i vertici”. Berlusconi tira dritto: “No guerre interne”

Silvio Berlusconi è eletto, ma sotto i suoi piedi ci sono le macerie di Forza Italia. Il Cav sarà a Bruxelles come europarlamentare, con all’attivo oltre 500 mila preferenze, ma la sua ri-discesa in campo non vale la doppia cifra. Il partito azzurro si ferma al 8,79 per cento, con una distribuzione nelle cinque circoscrizioni che scatena una vera e propria rivolta interna.

Il voto nazionale disegna una penisola, per Forza Italia, spaccata in due, ma il messaggio che invia il Cav ai malpancisti, all’indomani della chiamata alle urne, è lapidario: la mia è una vittoria tutta personale, che ha trainato gli azzurri. E’ in Fi che qualcosa non ha funzionato. L’ex premier insomma non ha alcuna intenzione di dare soddisfazione a chi ora grida all’annullamento dei vertici e a un riequilibrio interno a fronte di una strategia mal posta, concentrata solo sull’attacco ai 5Stelle, che invece di portare voti a San Lorenzo in Lucina li ha consegnati direttamente a via Bellerio. A finire sulla graticola è il vicepresidente Antonio Tajani, che al Centro è riuscito a portare a casa un deludente 6,25, mentre al Sud si tiene alto il nome di Fi.

Tutto vero, ma al momento Berlusconi non asseconda guerre interne. La richiesta di un Congresso nazionale, pervenuta da Maria Stella Gelmini, è stata rimandata al mittente, anche perché secondo Arcore a breve si andrà ad elezioni, quindi il problema sarà un altro. Da Mara Carfagna (che guida un numeroso schieramento di parlamentari del Sud) arriva l’affondo più duro: “Mai come ora appare chiaro che Fi deve fare punto e andare a capo – attacca – Il partito non può più essere gestito da uno staff, ha bisogno invece di una nuova struttura politica in grado di prendere decisioni e di valorizzare le energie e le competenze che si sono formate in questi anni e dalle quali non è più possibile prescindere”. Non è però questa la strada da percorrere. Berlusconi difende l’intera squadra dei collaboratori, che ha contribuito alla “breve” campagna elettorale dando “buoni frutti”. L’unica cosa che l’ex premier può concedere è un ufficio di presidenza convocato per giovedì in questa settimana “per analizzare il risultato elettorale e per avviare un percorso di rinnovamento condiviso”.

Il tema ora è il ruolo che Berlusconi avrà a Bruxelles e la tessitura che Tajani sta mettendo in campo con il Ppe per formare un gruppo forte a contrasto dei sovranisti. La prima ci sarà proprio durante la riunione dei popolari di mercoledì, con un faccia a faccia tra il leader azzurro e Orban. Altro capitolo la tenuta del governo e i bastoni che Giorgia Meloni sta mettendo tra le ruote della coalizione a tre. Forza Italia per l’ex premier resta “centrale” e il progetto “vincente è quello del centrodestra unito”. L’ipotesi è che in una eventuale crisi di governo l’asse Meloni-Toti tenti di indebolire il partito azzurro per poi metterlo ai margini. Su questo il leader azzurro non ha remore, insieme la coalizione vale il 50 per cento. Un piatto che Salvini non potrà rifiutare.

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