2018, un anno difficile anche per la previdenza complementare

Dalla loro istituzione le forme di previdenza complementare hanno assunto un ruolo sociale via via più rilevante, attraendo una quota sempre maggiore di iscritti e crescendo sia dimensionalmente sia sotto il profilo della maturazione nella gestione finanziaria dei propri patrimoni. La “rigida” riforma pensionistica del 2011, la legge Fornero, unitamente alle ripercussioni dell’ultima crisi sul mercato del lavoro, dovrebbero indurre i lavoratori a dotarsi di un fondo pensione integrativo. Anche perché carriere maggiormente discontinue rispetto al passato e innalzamento dell’età pensionabile possono ritardare l’accesso alla prestazione pensionistica pubblica, di cui è bene costruirsi un’integrazione sin da giovani. La previdenza complementare dunque, oltre alla convenienza sotto il profilo fiscale per l’iscritto rispetto ad altri strumenti di risparmio, già svolge, e verosimilmente ancora di più lo farà in futuro, un ruolo importante per molti lavoratori.

La Relazione Annuale COVIP 2018, come ogni anno, offre allora numerosi spunti di riflessione sull’evoluzione che le forme di previdenza complementare hanno progressivamente effettuato, analizzando la dinamica degli iscritti, la composizione dei portafogli e, non da ultimo, i rendimenti conseguiti.

 

Gli iscritti alla previdenza complementare

La fotografia degli iscritti alla previdenza complementare che restituisce la COVIP è positiva, nonostante permangano ancora marcate differenze sia di genere che territoriali nella platea degli aderenti. A fine 2018 il totale degli iscritti ha sfiorato gli 8 milioni, raggiungendo un tasso di copertura superiore al 30% e in crescita di circa il 5% sull’anno precedente. Nonostante un dato complessivamente incoraggiante e che fa ben sperare per un incremento costante nel tempo, tale dinamica non risulta omogenea in tutto il Paese, evidenziando ancora un gap di copertura previdenziale per le donne, nel Sud Italia, ma soprattutto per i giovani.

Sotto il profilo di genere circa il 62% degli iscritti sono maschi e risultano essere particolarmente rappresentati all’interno dei fondi pensione negoziali (73,1%). La componente femminile, il restante 32%, evidenzia un incremento sull’anno precedente dello 0,4% e il maggiore equilibrio tra i due sessi si registra nei PIP, con la quota rosa che si attesta al 46,3% del totale delle adesioni a tale strumento previdenziale.

Passando in rassegna la distribuzione degli aderenti per area geografica risulta che le regioni centrali e meridionali presentano ancora una bassa percentuale di adesione, 19,8% per le prime e 23,3% per le seconde, contro il 56,8% delle regioni settentrionali. La sola Lombardia fa segnare infatti oltre il 20% degli iscritti, la Sicilia il 5,3%. Interessante notare anche come nelle regioni del Nord Italia sia preponderante l’adesione a fondi pensione preesistenti e fondi aperti (63%), mentre per i PIP e i fondi negoziali si registra la più alta incidenza di iscritti localizzati nelle regioni del Mezzogiorno.

Dal punto di vista delle classi di età, invece, cresce ancora la quota di iscritti over 55, collocandosi a fine 2018 al 27,6% con un incremento di quasi 5 punti percentuali sul 2017. La classe centrale (35-54 anni) raccoglie la maggior parte degli iscritti alla previdenza complementare (54,7%) in diminuzione dal 56,3% dell’anno precedente. Stabile e ancora poco rilevante la classe 15-34 anni che registra il 16,4% degli iscrittie nella cui dinamica pesa in parte anche il ritardo di ingresso nel mondo del lavoro da parte dei giovani. Da tale rappresentazione è possibile desumere che l’adesione alla previdenza complementare riflette inevitabilmente, e ancora una volta, le differenze di occupazione e ricchezza sia a livello territoriale che di genere, trovando nel Nord Italia la quota maggiore per entrambi i generi, quota che invece diminuisce progressivamente – come ben si vede dal seguente grafico – nelle regioni centrali e meridionali.

Forme pensionistiche complementari - Iscritti per genere e area geografica

Fonte: COVIP, Relazione per l’anno 2018

 

Patrimonio e rendimenti

Nonostante un 2018 nero cui non sono riusciti a sottrarsi neppure gli investitori previdenziali, il patrimonio complessivo di fondi pensione e PIP si attesta a 167,1 miliardi di euro, in aumento di circa il 3% su base annua. Di questi, la quota maggiore è rappresentata dal patrimonio dei fondi preesistenti che sfiorano, a fronte della riduzione del loro numero che prosegue da diversi anni, i 60 miliardi di euro, seguiti dai fondi negoziali con 50 miliardi circa di patrimonio, dai 19,6 degli aperti e dai restanti 37,3 totalizzati dai piani individuali di tipo assicurativo.

Guardando alla composizione aggregata degli asset detenuti dai vari investitori, risulta ancora preponderante la quota di titoli di debito, che pesa per quasi il 60% del totale del patrimonio registrando oltretutto un incremento sul 2017 pari a 0,7 punti percentuali. All’interno di tale asset class rimane fortemente presente la quota di titoli di Stato, in aumento al 41,7% rispetto al 41,5% del 2017. A fronte però di una riduzione del peso dei titoli di Stato italiani, la quota rappresentata dal debito pubblico nazionale costituisce comunque il 51,3% del portafoglio titoli di Stato. Le obbligazioni corporate risultano invece in aumento sul 2017 e pesano per complessivi 22,6 miliardi di euro. Quasi di pari importo la quota detenuta in titoli di capitale che subisce un lieve decremento su base tendenziale, passando dal 17,7 al 16,4% del patrimonio totale. In diminuzione anche gli investimenti in OICR che si fermano al 13,8% (14,5% nel 2017), per un totale di 21,8 miliardi di euro.

Da rilevare c’è però senz’altro l’andamento negativo dei mercati finanziari e dei conseguenti rendimenti in flessione registrati dalle forme di previdenza complementare, conseguenza delle performance in rosso di praticamente tutte le asset class. La maggior flessione è stata registrata dai PIP di ramo III, che hanno perso nell’anno il 6,5%, seguite dai fondi aperti con una performance media del -4,5% e dai fondi pensione negoziali che lasciano sul terreno il 2,5%. Nello stesso anno, la rivalutazione del TFR fa segnare un +1,9% rendendo dunque meglio di tutti gli strumenti di previdenza complementare. Quest’ultimo è infatti il parametro per eccellenza con cui annualmente vengono confrontati i rendimenti dei fondi pensione.

Come però ricordato dal presidente della COVIP Mario Padula in occasione della presentazione della Relazione, la performance della previdenza complementare va analizzata nel lungo periodo, su un orizzonte temporale di 30 e più anni. Considerando allora i rendimenti netti medi annui composti a 10 anni, a fronte di una rivalutazione del TFR che si ferma al 2%, la previdenza complementare fa nettamente meglio: le unit linked hanno reso il 4%, i fondi aperti il 4,1% e i fondi negoziali il 3,7%.

Tralasciando in questa sede l’annosa questione riguardante la scelta di destinazione del TFR maturando del lavoratore (tenerlo in azienda o destinarlo al fondo pensione complementare), è sufficiente menzionare che nel lungo periodo e soprattutto cominciando sin da giovani a contribuire a una forma di previdenza integrativa, a fine corsa il rendimento sarà molto probabilmente superiore al suo benchmark, come peraltro dimostrano i dati delle performance degli ultimi 10 anni.

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